1525-2025: cinquecento anni fa le rivolte contadine (15)

Ritornati a Trento i canonici che erano fuggiti a Verona, il Baldironi si era rivolto a Ferdinando per riavere il beneficio pievano di Pergine e il conte del Tirolo incaricò .i suoi commissari che andavano a Pergine a chiedere il giuramento di fedeltà al principe, di risolvere il problema; i commissari, già preoccupati per l’andamento negativo delle cose in rapporto al giuramento, girarono l’incarico al vicecapitano del castello perché persuadesse i perginesi a restituire il beneficio al Baldironi il quale frattanto aveva inviato a Pergine il nipote Girolamo per ricevere il beneficio a suo nome. Il vicecapitano invitò a restituire il beneficio al suo legittimo proprietario, ma la gente non era d’accordo sul da farsi e allora il sindaco maggiore e i suoi consiglieri conclusero che non si doveva impedire quanto aveva proposto il luogotenente del castello e perciò si doveva effettuare la restituzione. A questo scopo fu convocata la regola maggiore, cioè l’assemblea di tutti i capifamiglia della pieve. Ad essa intervenne anche il Cleser e mentre molti (lo Spizer dice tutti, ma subito si contraddice) volevano ubbidire al conte del Tirolo, il Piloni con alcuni suoi sostenitori (cum nonnullis suis sequacibus) si oppose alla restituzione dicendo che il Baldironi non era nemmeno prete e che era un ladro (dicendo quod non erat presbiter et omnia asportabat).
Anzi il Tonchel aggiunge che, essendo egli stesso intervenuto in favore della restituzione del beneficio al legittimo proprietario, il Cleser, arrabbiato si rivolse verso di lui e lo apostrofò duramente in tedesco. Così la gente, frastornata, se ne andò a casa senza prendere nessuna decisione. Da parte sua il Cleser ordinò a prete Andrea di non lasciare entrare nessuno in canonica e di rivolgersi a lui se avesse avuto bisogno di aiuto (in quantum esset opus dare sibi favorem). Il problema poi si risolse da sé quando prete Andrea fuggì da Pergine al momento della disfatta dei contadini.
I contadini non avevano nulla contro i pochi preti che vivevano a Pergine e degli altri non si interessavano. Tantomeno avevano qualcosa contro la chiesa e la canonica che erano state costruite da loro o dai loro padri, che erano proprietà della comunità e i cui danni e riparazioni ricadevano quindi su di essa, perché i beni ecclesiastici venivano amministrati democraticamente dagli uomini delle pievi.
I perginesi sapevano bene che danneggiando la chiesa o la canonica o i loro beni danneggiavano se stessi in quanto se non li riparavano loro, nessuno li avrebbe mai riparati. (continua)






