Ladinità … elastica?

„Oggi la ladinità in provincia di Belluno viene banalizzata senza rispetto e usata più per pubblicizzare eventi e richiamare pubblico che per tramandare una storia importante“. A sottolinearlo è Oscar Nagler, sindaco di Fodom / Livinallongo / Buchenstein, che ripercorre le vicende ladine in una riflessione su quanto accade oggi
”Quando si parla di identità di un popolo non si può non pensare al processo storico e sociale che ha portato a plasmarla. Nel caso della Ladinità stiamo parlando di un concetto la cui nascita viene identificata in seno all’ Impero Asburgico. Più precisamente ad Innsbruck verso fine ottocento. Quindi si tratta di un elemento che qualcuno potrebbe definire “kruk”, ma dalla costituzione più variegata e complessa.
La percezione delle comunità che sentivano la necessità di identificarsi come Ladine è stata esasperata con gli sconvolgimenti geopolitici causati dalla prima guerra mondiale. Questo termine – che acquisisce una caratterizzazione identitaria e culturale condensata nella nota bandiera a strisce verde bianco e blu – è stato usato sempre più nel corso del ‘900 per rivendicare quel riconoscimento di specificità per cui si è combattuto strenuamente. L’essere Ladini diventava sempre più il catalizzatore di una cultura e di una sensibilità che si era plasmata nel corso degli ultimi circa mille anni con influssi del mondo politico, religioso e condizionata dall’ attaccamento all’ ambiente in cui si era sviluppata, quindi una cultura millenaria che solo nell’ ultimo secolo è stata chiamata Ladina.
Si tratta di un concetto complesso, di cui la lingua costituisce solo un frammento. Vi è poi una componente identitaria e di consapevolezza che viene tramandata ai figli da quando sono nella culla, come dice l’ Inn Ladin. Il processo di sofferenza che ha portato il popolo ladino nel 2025 attraverso una storia travagliata deve essere tenuto bene a mente.
L’ interesse per la ladinità in Provincia di Belluno non è nato in questo contesto, ma è sbocciato decenni dopo, a fine anni ‘90. Fino a pochi anni fa si poteva solo supporre che la ladinità di metà dei comuni della Provincia di Belluno fosse stata incoraggiata per motivi politico-economici. Fino a quando l’ ex-Presidente della Provincia Oscar De Bona ha spiegato pubblicamente, alcuni anni fa, come la questione ladina sia stata utilizzata per cercare di ottenere l’autonomia della Provincia di Belluno.
L’ aspetto più particolare è che oggi la Ladinità viene banalizzata in modo del tutto irrispettoso della storia di sofferenza che l’ ha portata nel nostro presente. La mancanza di rispetto a mio modo di vedere è chiaramente presente prima di tutto per le comunità a noi circostanti, la cultura delle quali, che è sicuramente presente e recuperabile, viene soffocata dall’ imposizione di caratteri estranei e la forzatura di un’ identificazione in un mondo ed una tradizione che non condividono. Eclatante a questo proposito è l’ utilizzo di particolarità ladine per sponsorizzare manifestazioni culturali nelle zone a noi circostanti, come immagini di abiti tradizionali delle valli ladine, o addirittura immagini di Compagnie di Schützen del Sudtirolo: segno più palese della forzatura identitaria che si sta perpetrando con l’utilizzo di elementi che vengono evidentemente riconosciuti come caratterizzanti per la ladinità, ma del tutto estranei.
Queste mie considerazioni sono rivolte esclusivamente al concetto di Ladinità, che deve essere considerata nell’ ambito del percorso storico che ha portato al suo sviluppo. A tale scopo per studiare approfonditamente la questione dal punto di vista sia storico che politico e sociale, si possono trovare nozioni su diversi volumi Uno fra tanti “I Ladini fra tedeschi e italiani” della storica Luciana Palla (NdR: che abbiamo presentato anche qui su UT24 nella rubrica Un libro al Mese) .
D’ altro canto io incoraggio e sono favorevole a che ogni popolo sia fervente nel riscoprire la propria tradizione e la propria lingua, per trovare la consapevolezza di chi si è e di quali sono i processi e le cause che ci hanno portati ad essere chi siamo, ma senza cercare di inserire nella cultura elementi estranei, propri di popolazioni che hanno avuto processi di sviluppo politico e tradizionale diversi ed hanno portato avanti battaglie per il loro riconoscimento.
Ciò non significa che alcune culture siano più importanti di altre, ma trovo irrispettoso cercare di mischiarle andando a calpestare la storia e la sofferenza che hanno portato alla formazione di entrambe, ciascuna con le proprie particolarità e le proprie specificità da valorizzare.“






