von mas 01.03.2025 18:30 Uhr

Un libro al mese: Le rovine della guerra

Nel giugno 1919, Ottone Brentari terminò di scrivere la relazione dell’inchiesta compiuta per incarico della Lega Nazionale Italiana di Milano“ „sulle condizioni materiali e morali  della fascia di guerra nel Trentino liberato e massacrato“.  E‘ un testo quanto mai „illuminante“ (NdR: sic!!): oggi ne pubblichiamo un primo stralcio

Praso alla fine della guerra (Foto Archivi storici PAT)

Le condizioni morali e materiali del Trentino

Dopo quasi sette mesi dal desideratissimo giorno della liberazione, il Trentino, per tanta parte campo triennale di battaglie, è ancora in condizioni molto penose. La lunghezza interminabile della Conferenza di Parigi è causa a quella povera regione di due mali: per essa, in cui tutto è provvisorio, non si può fare di più sino a che non sia venuto il giorno della definitiva annessione (…)

Il Trentino dalla guerra è stato massacrato molto di più che l’Italia non sappia e non creda, e voglio anche dimostrare che il Governo ed il popolo per il Trentino hanno fatto troppo poco, e quel poco non è stato fatto molto bene. Dovrò dire delle cose che urteranno più di una suscettibilità; dirò cose che i fratelli di lassù sanno e pensano, ma non dicono che sottovoce, perchè temono che il lamento contro il Governo d’Italia poss_a venire interpretato come un lamento contro l’Italia, madre sospirata per tanti anni; e poichè essi tacciono, qualcuno potrebbe supporre che siano contenti, mentre non sono che rassegnati.  (…)

Mi asterrò poi rigorosamente dal fare il processo alla guerra,  ed al modo con cui essa fu condotta. Se sentite molti ardenti patriotti trentini, essi cercheranno di persuadervi che si è andati poco avanti, e vi indicheranno il modo ed il tempo nel quale si sarebbe potuto procedere molto di più, e sostengono che tante rovine sarebbero state evitate se si fosse corsi di più; se sentite qualche competente stratega militare, egli sosterrà e cercherà di dimostrarvi che si è andati troppo avanti, e che si sarebbero evitate le rovine di tanti paesi se nel Trentino (ove noi non dovevamo fare che una guerra difensiva, e dove la guerra offensiva era un assurdo) ci si fosse fermati sulle linee raggiunte nel primo slancio. Non entrerò nel dibattito perchè me ne manca la competenza; e non andrò neppure a cercare se sia vero che in certe località (come, per dare qualche esempio, Condino e Brèntonico) quod n0n fecerunt barbari fecerunt Barberini, e 1ascierò decidere la questione a chi farà (se mai si farà) l’inchiesta sulla guerra e su tutte le responsabilità alte e basse, e su tutti i mali che si potevano o non si potevano evitare.

Noi qui dobbiamo limitarci a constatare che questi mali si produssero, e che immensi danni esistono; dobbiamo considerare che cosa era il Trentino prima del 1915, come fu ridotto in quattro anni di guerra, e che cosa si è fatto e non fatto per avviarlo verso il suo risorgimento, e quali sono i doveri del popolo italiano verso quella povera terra redenta ma in gran parte rovinata, e che somiglia ad un uomo liberato dalla schiavitù, ma lasciato a terra colle braccia paralizzate e colle gambe fratturate.

Dall'agiatezza alla sventura...

Negli ultimi anni prima della guerra il Trentino aveva raggiunto un alto grado di agiatezza, col reddito dei suoi boschi, dei suoi pascoli, dei suoi campi, e specialmente dei vigneti, che davano un frutto annuo medio di circa cinquanta milioni di corone, mandando i suoi prodotti nelle provincie interne dell’Austria. Fiorenti e bene organizzati erano anche i commerci e le industrie, specialmente a Rovereto, e le Cooperative e le Casse Rurali largamente diffuse ed abilmente amministrate impedivano le usure, gli sfruttamenti e gli irragionevoli rincari; ed il paese, oltre che agiato, era quieto, tranquillo e non poco misoneista.

Scoppiò nel 1915 la guerra italo-austriaca, e le sventure si addensarono su gran parte del Trentino. Tutti i patriotti ritenuti pericolosi (e per essere giudicati pericolosi bastava essere soci della Lega Nazionale, della Società degli Alpinisti Tridentini, del Touring od erano abbonati a qualsiasi imprudente giornale italiano) furono imprigionati o internati, se non ancora riusciti a riparare a tempo nel Regno; alla vigilia della guerra le popolazioni della zona di confine furono fatte evacuare; all’avanzare dell’esercito italiano furono trasportati nel Regno gli abitanti di buona parte della Valsugana, della Vallarsa, di Condino mentre il resto di quelle popolazioni era trasportata nell’interno dell‘ Impero; e circa 60.000 uomini fiorenti furono chiamati sotto le armi, e mandati a farsi macellare sui campi della Polonia, quando non riuscivano a disertare in Russia. Se a questi 60.000 si aggiungono i 150.000 evacuati, confinati, internati ed arrestati in Austria, ed i 30.000 rifugiatisi o trasportati in Italia si avrà un totale di 240.000 persone (e cioè più della metà della
popolazione del Trentino, che era di 384.000 abitanti) allontanate dal loro paese.

Così, per più di tre anni, per quaranta mesi, la vita di più di metà del paese restò completamente paralizzata; ed a tale paralisi si aggiunsero i saccheggi e le devastazioni. Appena abbandonate dagli abitanti, le case loro dagli Austriaci sistematicamente erano saccheggiate; e treni interi di roba rubata continuarono, per mesi e mesi, a passare il Brennero ed il Passo di Toblaco.

Ed ecco cominciare le operazioni di guerra; le truppe italiane si avanzarono (come nell’Ampezzano ed a Livinaltongo) a Primiero, nella Valsugana, nella Vallarsa, nella Lagarina, nella Valle del Cameràs, nella Valle di Ledro, nella Valle del Chiese, e colle loro artiglierie dominarono Rovereto, Arco, Riva; e venne l’offensiva austriaca del ’16, che obbligò l’esercito italiano ad abbandonare molte delle terre occupate nel Trentino orientale e nella Lagarina, ove era giunto alle porte di Rovereto; e vennero parziali controffensive italiane, che riconquistarono qua e là gran parte del terreno perduto; e venne la grande vittoriosa offensiva del ’18, che cacciò gli Austriaci di là dalle Alpi; e così le artiglierie e gli incendi accumularono rovine su rovine nella fascia di guerra del Trentino, fascia che (per non parlare di Vermiglio in Val di Sole, Livinallongo, Cortina d‘ Ampezzo e Colle S. Lucia,  tre comuni che non appartengono al Trentino), ha una larghezza che va di là dal vecchio confine dai 10 ai 30 chilometri.

Il 3 novembre l’esercito italiano entrava vittorioso a Trento, e subito cominciava il ritorno degli esuli, e specialmente di quelli che l’Austria rimandava senza indugio; anche l’Italia rimandava un po‘ alla volta, e forse con soverchia fretta, i profughi trentini alle loro valli, ove ogni giorno va aumentando la popolazione, senza che aumenti però in proporzione quanto occorre per i suoi più impellenti ed urgenti bisogni; e chi ora visita quelle valli, come io ho voluto visitarle tutte, sente stringersi il cuore di pietà e di dolore, vedendosi impotente a sollevare, sia pure in minima parte, tanti dolori, ed impotente persino ad innalzare un grido tale che basti a richiamare su essi la provvida attenzione dei potenti.

Rovine e miserie

Chi si avvicina a qualcuno di quei paesi, corre subito col pensiero a quanto ha visto in occasione dei più vigorosi terremoti o degli incendì più furiosi; case scoperchiate alle quali non restano che le vuote occhiaie delle finestre e le mura cadenti ed annerite; camini e brani di muraglioni che sembrano braccia ischeletrite che s’alzino al cielo tremanti per chiedere pietà; ed il silenzio è rotto qua e là dallo scroscio prodotto dalla caduta di qualche pezzo di quelle mura  (…)

È inutile il dire che dalle case che ancor restano in piedi fu rubato tutto, tutto tranne i sassi, tutto e persino le tegole, adoperate per coprire le trincee, tutto e persino i pavimenti e le travature; e soltanto le chiese e i campanili sono stati in più di un paese rispettati, forse perchè i barbari si sono illusi di poter così farsi perdonare da Dio tante infamie e tanti delitti; ma anche dalle chiese fu rubato tutto, dai quadri ai messali, dai crocifissi alle sacre vesti    (…)  E tutta quella gente non chiede la carità, ma altro non domanda che di essere messa in grado di lavorare, e di far risorgere il Trentino, dopo un incubo tremendo durato quattro anni!

Nel Trentino vivono e gemono 100.000 persone prive di tutto,  in paesi o completamente o per metà distrutti! E girando per quei paesi mi sentivo dire qua e là o dal medico militare o dal medico civile: -Lì in quella stalla è testè morta, sulla paglia, una povera donna di vaiolo, sparso qua e là dai profughi provenienti dalla Bassa Italia; abbiamo avuto qualche giorno di caldo, ed ecco che in quelle baracche ed in quegli avvolti è scoppiato il tifo; sono giunti dall’Italia, carichi di pidocchi, prigionieri trentini od altoatesimi, e si sviluppò qua e là qualche caso di tifo petecchiale. Quando verrà la stagione calda, con quell’agglomeramento e con quel disagio e con questa sporcizia, che Dio ci scampi e liberi!

  • Prezzo nel 1919 - Foto Archivi PAT

Ottone Brentari, nato a Strigno nel 1852,  geografo e storico,  insegnante e giornalista fu un fervente irredentista; pare però che dopo la “redenzione” sia stato colpito da un tardivo quanto ormai inutile “semi-pentimento“. 

Dopo aver dedicato la  nostra rubrica mensile al suo scritto „L’allegra agonia del Trentino“, proponiamo ora alcuni estratti da „Le rovine della guerra“ , un’articolata relazione redatta nella primavera del 1919, dopo aver  ispezionato in lungo e in largo la zona del fronte e  completato l’inchiesta affidatagli dalla Lega Nazionale.  

Riteniamo sia una lettura davvero istruttiva e illuminante…  chi volesse leggere la pubblicazione in forma intregrale, può trovarla in diverse biblioteche della provincia; trattandosi di un libro ‚antico‘, solitamente non è possibile averlo in prestito, ma solo consultarlo sul posto.

 

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