von mas 13.02.2025 06:45 Uhr

Briciole di Memoria: La riscoperta di una triste vicenda

Samuel Bonapace insieme alla SK Roncone e ad altri appassionati „cercatori di storie„, da mesi sta lavorando ad una ricerca sulle donne giudicariesi che, durante la Prima Guerra Mondiale,  furono inquadrate come lavoratrici volontarie e operaie militarizzate. Molte di loro (le famose „Donne di Creto“  sono in effetti solo una parte di quella che si è scoperto essere una realtà molto più ampia) vennero decorate.  Alla fine della guerra, con il dissolvimento dell’Impero e il crollo di un mondo, anche le loro gesta, le loro fatiche, la loro vita e – spesso – pure la loro morte, finirono nell’oblio.  Da qui la nascita di un progetto che sta portanto, quasi ogni giorno, ad una nuova scoperta e che  Samuel Bonapace ha raccontato per il notiziario comunale „Pieve di Bono Notizie“. L’articolo è stato sì pubblicato, ma – senza alcuna motivazione o preventiva comunicazione –  in forma tagliata e ridotta. Abbiamo chiesto a Samuel Bonapace di mettere a disposizione di UT24 il testo completo, perchè crediamo meriti di essere letto per intero e con molta attenzione.

Lavoratrici volontarie decorate in posa presso il Cimitero monumentale di Bondo (Foto: cortesia Samuel Bonapace)

Donne in guerra

Tutti, almeno una volta nella vita ci siamo chiesti: da dove veniamo? Cosa avranno passato i nostri nonni e antenati? Come sono sopravvissuti ai grandi orrori del passato che ancora oggi attanagliano l’umanità con guerre e distruzione?

Troppo spesso la Prima Guerra Mondiale è vista come qualcosa di noioso, di vecchio, di lontano, ma se ci pensiamo bene centodieci anni non sono nulla se paragonati alla lunga storia dell’uomo. Anche se crediamo di sapere più o meno tutte le vicende che sono accadute nelle nostre valli, più di un secolo dopo ci si accorge che non è così.

Già a partire dal 1910 in Val del Chiese l’esercito austriaco cominciò a costruire opere di difesa e a potenziare quelle già esistenti in modo da creare un vero e proprio sbarramento che tagliava in due la valle. Ed è proprio in questo frangente, in questo bisogno enorme di manodopera, che nascono “gruppi di lavoro” formati da civili, che furono arruolati dall’esercito come veri e propri “operai militarizzati”. Questi operai tra i vari lavori che svolgevano, trasportavano materiali, scavavano trincee e costruivano camminamenti. Erano regolarmente pagati alla giornata e visto il grande bisogno di lavoro che si era venuto a creare, qualcuno pensò persino di tornare dall’estero per poter lavorare vicino a casa.

Allo scoppio delle ostilità nel 1914, gli uomini furono richiamati e partirono per il fronte orientale, ma la mole di lavoro restava. L’anno successivo, con l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria, tutta la popolazione dei paesi nei pressi del nuovo
fronte formatosi proprio lì, furono sfollati nella zona più interna delle Giudicarie. E‘ qui che nasce, suo malgrado, la figura della donna lavoratrice militarizzata, considerata in tutto e per tutto al pari di un uomo. Erano donne abituate alla dura vita della montagna, alla fatica e al lavoro. Molte infatti, decisero di restare a lavorare nei pressi del fronte un po’ per “stare vicino a casa”, un po’ perché lavorando si poteva avere qualcosa da mangiare.

Vennero perciò arruolate in vere e proprie “Freiwillige – Zivilarbeiterinnen – Kompanien” ovvero compagnie di lavoratrici civili volontarie. Lavoratrici quindi e non certo schiave alla mercè dei soldati austriaci, come purtroppo la propaganda del dopoguerra ha tentato di far passare.

Cinquanto nomi a cui dare un'identità

Fortunatamente, ci sono tante testimonianze a disposizione: dalle foto che ritraggono le nostre nonne e soldati in atteggiamenti di amicizia, documenti, articoli di giornale, fino alla compilazione di un testo in onore delle donne di Creto già pubblicato in una scorsa edizione del giornale “Pieve di Bono notizie”.

C’è da dire che queste lavoratrici avevano le stesse mansioni, compiti, diritti e doveri di un soldato austriaco: erano considerate “soldatesse” a tutti gli effetti, come già detto avevano diritto a una paga e anche se a qualcuno potrebbe sembrare incredibile, a onorificenze militari e decorazioni in caso di atti di estremo coraggio.

Questi fatti mi hanno incuriosito parecchio e insieme ad altri amici che si sono resi disponibili, abbiamo cominciato a cercare notizie sull’argomento. Ma la ricerca e la strada della verità sono tortuose, il dopoguerra ha provveduto a far sparire ogni testimonianza di ciò che era stato. Così abbiamo cercato anche oltre gli attuali confini. Al Kriegsarchiv di Vienna abbiamo trovato un elenco di donne che erano state insignite della croce di ferro per meriti di guerra, quasi tutte della zona del basso Chiese e della Rendena, circa una cinquantina. Siamo certi che gli elenchi sono molti di più, il problema è dare un’identità ai nomi a più di cento anni di distanza e soprattutto più di un secolo di tentativi di insabbiamento.

In questo elenco sono presenti praticamente buona parte dei cognomi della Pieve e dintorni. Piano piano stiamo lavorando per cercare di risalire alla famiglia e al ceppo di appartenenza delle donne presenti nel documento. Le omonimie sono molte, ma con la buona volontà e un pizzico di fortuna speriamo di riuscire a costruire le basi per una ricerca storica sull’argomento, il più completa possibile, andando ad aggiungere mano a mano tutti i nomi che per anni sono stati dimenticati.

La storia di Clotilde

Nelle nostre ricerche, è già capitato che tutti i tasselli si incastrino perfettamente. A nostra insaputa il destino ci ha reso di fatto dei trasportatori di ricordi. Per questo motivo vorrei raccontare la triste storia di una di queste donne militarizzate: abbiamo trovato il suo nome nel registro dei soldati caduti e sepolti del cimitero monumentale di Bondo, la stessa persona è presente nell’elenco delle donne decorate con la croce di ferro per meriti di guerra. Era nata il 1 maggio 1898 a Bersone, il suo nome era Clotilde Annunziata Mosca, l’ultima figlia di una famiglia di contadini, Battista Mosca e Catarina Maestri.

Nel maggio 1915 quando la dichiarazione di guerra italiana catapulta sulla linea del fronte anche la Valle del Chiese, pure Bersone viene evacuato. Clotilde però decide di fermarsi vicino a casa, arruolandosi come lavoratrice civile volontaria al seguito dell’armata inquadrata nella 32° k.u.k. Hochgebirgskompanie.  Clotilde non ha nemmeno vent’anni quando si ammala a causa della vita durissima a pochi passi dal fronte, le privazioni e il freddo. Il 28 dicembre 1917 la giovane muore all’ospedale militare di Tione per “infiammazione polmonare” a seguito di servizio di  guerra. Viene sepolta il 31 dicembre a Bondo al “monumento”: il cimitero di guerra realizzato da Padre Fabian Barcatta.

La guerra finisce, il mondo cambia, Bersone, Bondo e tutto il Tirolo meridionale vengono annessi al Regno D’Italia. Clotilde riposa ancora nel cimitero monumentale di Bondo, la sua tomba viene rinumerata con il numero 175 dall’ufficio centrale per la cura e le onoranze alle salme dei caduti di guerra, ma per lei non è cambiato solo il numero del tumulo, la giovane donna di Bersone è diventata un uomo! Nel registro redatto nel primo dopoguerra si chiama Clotildo ed è un “operaio
redento”!

Ma la sua storia non è ancora finita. Tra il 9 e il 12 luglio 1935 Anno XIII dell’era fascista, la salma di Clotilde viene esumata dal cimitero militare di Bondo insieme a una quarantina di resti di “militari italiani redenti” (così definiti, ma altro non erano che soldati della provincia di Trento e di Bolzano che combatterono per l’impero austroungarico contro il Regno d’ Italia) per essere tumulati a Castel Dante (nei pressi di Rovereto). Lei ora si chiama Leonildo!

E lì Clotilde giace ancora, donna tra tanti uomini, riscattata da una condizione di schiavitù secondo chi, definendola “redenta”,  nel 1935 l’ha strappata dal riposo eterno del cimitero per essere strumentalizzata con il cambio del sesso e del nome, per andare a riempire un monumento come Castel Dante, che altro non è che l’esaltazione di una “vittoria mutilata” che pesa sul ricordo delle sofferenze di chi in quella guerra combatté e morì per una nazione diversa.

  • La lapide di Clotilde a Castel Dante - Foto Manuela Sartori

Cerchiamo insieme, per non dimenticare...

Ora c’è da chiedersi: quante storie come questa rischiano di cadere per sempre nell’oblio? È per questo motivo che sarei grato a tutte le persone che vogliano condividere i propri ricordi in queste ricerche.  Lettere, foto, aneddoti e racconti orali sarebbero davvero utili a questo scopo, non tanto per il valore storico che rischia di andare perduto, ma soprattutto per non dimenticare queste nostre nonne che in un periodo di terribili sconvolgimenti come la Prima Guerra Mondiale, sono state in grado di adattarsi e sopravvivere.

Quasi tutte loro tornarono a „casa“ a guerra finita, ma spesso la „casa“ corrispondeva nient’altro che a un cumulo di macerie, con la media di uno/ due (ma a volte anche molti di più) familiari morti in combattimento, un futuro incerto e tutti i risparmi stretti nel palmo della mano.

Ringrazio anticipatamente chi vorrà darmi una mano e con l’occasione vorrei ringraziare anche l’amica Manuela Sartori per l’impegno e la devozione nella ricerca di questi fatti.

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