von mas 22.08.2019 06:50 Uhr

Briciole di Memoria 129: La battaglia del Basson, fra eroismo e negligenza- 1° parte

Le „Briciole di Memoria“  per due settimane „passano la mano“:  Maurizio Riz ci racconta la Battaglia del Basson:  24-25 agosto 1915 /  2019 – 104 anni dopo, fra eroismo e negligenza

Il Cimitero di Costalta

E’un triste anniversario il 25 agosto 2019.  E‘ lo struggente ricordo di oltre 1.100 caduti solo di parte italiana, oltre a qualche centinaio di parte austroungarica. Un combattimento poco conosciuto ma terrificante al pari degli assalti combattuti sull’Ortigara.

Nell’estate 1915,  immediatamente dopo la dichiarazione di guerra da parte del regno d’Italia all’Impero di Austria-Ungheria, l’alpe di Vezzena è già oltre che zona di confine, un campo di battaglia. La 34^ divisione, con la brigata Ivrea proveniente da Asiago, avanzava nella val d’Assa e supportata dalle artiglierie italiane prendeva di mira le nostre  fortificazioni  del Werk Verle, dello Spitz Verle chiamato anche “L’occhio dell’altipiano” e del Werk Lusern chiamato il “Padreterno” per ll possente armamento. Lo scopo era quello di aprirsi una via di penetrazione verso Lavarone e verso la Valsugana avendo come obbiettivo Trento.

Nella guarnigione del forte Verle vi era l’allievo ufficiale Fritz Weber che testimonierà le crudezze della guerra nel suo libro “Le tappe della disfatta”.  Solo pochi giorni prima Weber salendo da Caldonazzo per la Kaiserjägerweg era rimasto strabiliato vedendo la bellissima fioritura dei Goldenregen (Maggiociondoli).

Nel forte, commilitone e pari grado di Weber, vi era anche Luis Trenker, gardenese di madrelingua ladina. Trenker alpinista, scrittore e regista, a ricordo della guerra, scrisse “Berge in Flammen-Montagne in Fiamme”.

  • Fritz Weber
  • Luis Trenker

Nonostante gli ingenti danni subiti dai fortissimi bombardamenti, i forti resistettero senza eccessive perdite alle migliaia di colpi dei grossi calibri nemici ed i ripetuti attacchi italiani ebbero poco successo.

Vi era un certo disorientamento negli alti comandi italiani. Gli ordini e le strategie venivano impartiti da un numero esagerato di alti ufficiali fra i quali ricordiamo il gen. Oro, il gen. Brà, il gen. Brusati.

Addirittura vi erano gelosie, equivoci e quindi ordini discordanti, non ultimo quello insensato di far compiere ad un plotone di alpini del battaglione Bassano una manovra suicida, cioè cercare di attaccare il fortino dello Spitz Verle attraverso un’azione di aggiramento sul versante nord dello Spitz Vezzena, dove si sarebbero dovute scalare pareti di centinaia di metri di altezza a picco sulla Valsugana.

Sulla parte sinistra della val d’Assa, proprio prospiciente il passo Vezzena, vi era un’altura di poco superiore ai 1500 m. ed all’apparenza insignificante denominata Col Basson.  Sulla sommità del colle vi erano dei capisaldi trincerati e verso il basso file interminabili di trincee e reticolati. Il Col Basson oltre che essere il presidio più vicino al passo, proteggeva anche il versante orientale di forte Lusern.

Verso questo colle il 24-25 agosto fu scatenato un poderoso attacco. I comandi italiani pensavano che l’obbiettivo fosse facilmente conquistabile. Primariamente sopravalutarono la loro strategia, affidandosi ad una tattica connotata più da metodologie risorgimentali – garibaldine, addirittura accompagnando l’avanzata con il suono della marcia reale suonata dalla banda reggimentale. All’opposto, ancor più sottovalutarono la determinazione dei soldati austroungarici, pur di molto inferiori numericamente.

La postazione del Basson era ottimamente protetta da alcune compagnie di Standschützen territoriali di madrelingua italiana, un battaglione di Standschützen Meranesi ed il 2° battaglione Standschützen dei volontari dell’Alta Austria comandato dal magg. Gatterer. Il battaglione dell’Alta Austria era chiamato anche “il battaglione dei bambini” in quando vi erano numerosi ragazzini dai 16 ai 19 anni di età. Il comando della postazione era affidato al cap. Bauer mentre la direzione generale era assegnata al col. Otto Ellison comandante della roccaforte di Lavarone. Del battaglione dell’Alta Austria faceva parte anche Conrad Rauch che a guerra finita si adoperò per il restauro del cimitero di Costalta.

  • Conrad Rauch
  • I bambini del reggimento Schützen volontari Alta Austria / Oberösterreich
  • I bambini del reggimento Schützen volontari Alta Austria / Oberösterreich
  • I bambini del reggimento Schützen volontari Alta Austria / Oberösterreich
  • I bambini del reggimento Schützen volontari Alta Austria / Oberösterreich

All’assalto del Col Basson venne mandato il 115° regg. di fanteria Treviso comandato dai colonnelli Marchetti e Riveri. Il reggimento era denominato anche simpaticamente “Clintón” in quanto dello stesso facevano parte molti fanti provenienti dal Veneto-Trevigiano e cioè dalle zone di produzione dell’omonimo vino.

L’attacco italiano iniziò il 24 agosto ma si infranse presto a metà pendio per il fitto fuoco di sbarramento delle nostre mitragliatrici  e soprattutto per il terreno scoperto cui vennero mandati al macello i poveri fanti italiani. La folle tattica era stata adottata in ossequio alle scellerate disposizioni del gen. Cadorna, dove negli attacchi, si dovevano lanciare all’assalto più soldati delle pallottole nemiche.

Un ulteriore ostacolo predisposto dalle truppe austroungariche era formato da profonde trincee ed impenetrabili reticolati. A questo proposito si ricorda che il col. Riveri si lamentò presso il gen. Oro che i propri fanti non avessero avuto attrezzature idonee al taglio dei reticolati. Lapidaria e crudele fu la risposta di Oro dicendo che i fanti al posto delle tenaglie avrebbero dovuto usare i denti ed il petto per aprirsi i varchi nel filo spinato.

Il primo giorno di battaglia si concluse con una carneficina specialmente da parte italiana con la morte del col. Marchetti ed il ferimento del col. Riveri preso poi prigioniero. E‘ doveroso ricordare che il col. Riveri, che giaceva ferito in una buca scavata da una granata, individuato da una squadra di Standschützen che soccorrevano i feriti senza distinzione di nazionalità, accortisi del grado del ferito fecero immediatamente intervenire il loro comandante.  Il col. Riveri ferito ma cosciente, fece il cenno di consegnare in segno di resa la propria sciabola al cap. Bauer, il quale la rifiutò affermando che un comandante così valoroso, anche se prigioniero, aveva tutto il diritto di mantenere la propria sciabola.

Al calare della notte i verdi prati del Basson erano disseminati da cumuli di cadaveri e di feriti che i barellieri austriaci, pur sotto il fuoco dell’artiglieria italiana, continuarono a soccorrere.  Narra Matthias Ortner cappellano militare degli Stanschützen  che dovette arrampicarsi su montagne di cadaveri per portare l’estrema unzione ai poveri soldati.  Alla vista del cappellano anche i feriti italiani, con l’ultima voce rimasta, imploravano e gridavano di essere cattolici e di volere gli oli santi.

  • Il Cappellano / Feldkurat Ortner benedice un caduto del Basson

Il racconto di Maurizio Riz continua la prossima settimana, sempre su „Briciole di Memoria“

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