3 novembre 1918 «Ciapàdi col sc’iòp»

La popolazione di Trento e provincia, austriaci di lingua retoromanza, partirono per la guerra nell’estate del 1914. Di 350 mila abitanti della provincia di Trento, furono 60 mila gli uomini, dai 18 ai 54 anni, chiamati a proteggere la corona degli Asburgo e così anche i nostri confini. L’Italia entrò in guerra contro l’Austria il 23 maggio 1915 con la scusa di voler aggregare sotto la corona dei Savoia le popolazioni di lingua italiana dell’impero danubiano ignorando totalmente che a definire l’identità di un popolo non era certo l’uso di una lingua. I tirolesi di lingua retoromanza, i cosiddetti “trentini” infatti, conservavano la cultura mitteleuropea, ammiravano l’Imperatore e non si sentivano “italiani” se non appunto per l’uso della lingua che tra l’altro veniva parlata da pochissimi (notai, avvocati, professori, alcuni preti e altri professionisti) mentre la maggior parte della popolazione parlava esclusivamente la lingua locale, i diversi dialetti delle valli e, nella Bersntol la lingua mòchena, e la lingua cimbra nel comune di Lusern oltre al ladino in Val di Fassa. Si racconta che nei mesi precedenti, era stata offerta all’Italia mezza provincia di Trento (escluse la Nonsberg – ValdéNon – e la val di Fassa) purché rimanesse neutrale. Ma questa leggenda è smentita da una dichiarazione dell’Imperatore che tuonò che piuttosto di cedere territori tirolesi avrebbe combattuto seppur ottantacinquenne in prima persona per difenderli. Il capo del Governo italiano, Salandra, e il ministro degli esteri, Sidney Sonnino, avevano redatto un accordo con Francia, Gran Bretagna e Russia. Presero la decisione all’insaputa del Parlamento, quindi fu una sorta di colpo di Stato. Impegnarono l’Italia a dichiarare la guerra all’Austria entro un mese. E così fu.
Trento e provincia facevano parte di quel «bottino di guerra» promesso all’Italia dalle nazioni della Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) con il patto di Londra del 26 aprile 1915. Non fu una «redenzione» come si fece credere per molto tempo dalla retorica fascista che subito si impossessò dei vivi e affidò i morti – tirolesi con la divisa austriaca – alla «damnatio memoriae” di una tomba senza nome. I nostri nonni e bisnonni, nonostante tutto ancora devoti alla casa d’Austria, dichiararono con intonazione sprezzante che erano diventati «taliàni ciapàdi col sc’iòp» (italiani presi col fucile). La provincia di Trento non fu «redenta», in realtà: «occupata militarmente», da soldati italiani e inglesi, nel pomeriggio del 3 novembre 1918. A Trento, al ponte sulla Fersina arrivò da Mattarello un manipolo di Cavalleggeri di Alessandria comandati dal colonnello Ernesto Tarditi di Centallo. Furono accolti dai rappresentanti della municipalità, così com’era stato convenuto per dare solennità all’ingresso degli Italiani a Trento. In verità, a quanto racconta la storia meno nota ma più accreditata, i militari italiani sarebbero stati preceduti da una staffetta di Londra se agli inglesi non fosse stato ordinato di fermarsi ad Aldeno. Sarebbe stato poco dignitoso, infatti, far «redimere» una città austriaca di lingua italiana da soldati della corona britannica.
Per predisporre l’accoglienza trionfale dei fanti italiani, nella mattinata del 3 novembre erano arrivati a Trento il capitano Pietro Calamandrei, giurista, scrittore e professore universitario, quel giorno nelle vesti di capo dell’ufficio propaganda del XXIX Corpo d’Armata, e il tenente Francesco Ciarlantini dell’Ufficio informazioni. La città era ancora frequentata da militari austriaci. I soldati italiani furono accolti con un misto di curiosità e di sospetto se non di spregio. «Ci fu una reazione in generale fredda, animata da sentimenti di curiosità e preoccupazione», come scrisse Mirko Saltori. Nella tarda mattinata del 3 novembre, a Trento fu diffuso un nuovo giornale che aveva per testata «L’attesa». Sostituiva il «Risveglio austriaco», ma restò un numero unico. Il titolo a piena pagina annunciava: «L’armistizio è firmato». Il 3 novembre fu edito il «Bollettino del Governo provvisorio della città» con un appello «a tutti gli ufficiali e soldati Trentini o di nazionalità italiana a mettersi a disposizione del Governo provvisorio per provvedere alla sicurezza della città».
Nel diario del tenente inglese Mitch Williamson si legge: “la divisione raggiunse la città di Trento, capitale del Tirolo, ma dopo averla circondata venne ordinato di mantenere la posizione e non entrare in città. Due giorni dopo l’esercito italiano marciava fra musica di bande e colori ed essi entrarono in città come «liberatori». Una volta ottenuto l’accordo, quindi, arrivò un ordine politico di bloccare l’occupazione di Trento. Nel giorno dell’armistizio, il comando del 6° battaglione della 143ª brigata inglese si trovava già stabile a Tavernaro e il comando del 7° battaglione a Civezzano». Trento non fu liberata, fu invasa e vilmente occupata.






