Festival dello Sport: Hans Kammerlander

Hans Kammerlander si è raccontato al Festival dello Sport di Trento. Al centro dell’attenzione le sue grandi spedizioni himalayane. È stato lui il primo a scendere dall’Everest con gli sci: un’impresa straordinaria senza grandi aiuti esterni, contrariamente a molte recenti spedizioni commerciali. Lo aveva già fatto dal Nanga Parbat, nel 1990. Kammerlander ha spiegato al pubblico presente in sala che il 2026 rappresenta un anno ricco di ricorrenze: «Iniziando dalla cifra rotonda dei miei primi 70 anni, tra alcuni mesi. Non realizzo del tutto questo traguardo — ha confidato —, sono ancora attivo, faccio tutto con più calma: dai trekking in Nepal ad altre aree del mondo. Per fortuna sto bene. I ricordi contano molto, ma per me sono ancora più stimolanti gli obiettivi e le nuove sfide. In tanti anni abbiamo realizzato anche molti progetti di solidarietà per i bambini».
L’alpinista sudtirolese ha quindi ripercorso le sue prime esperienze: «Sono nato in Ahrntal; vivevo in un maso, sembrava quasi una malga d’alta quota, senza acqua corrente. Facevo il contadino. Ho iniziato con gli sci di legno, e solo anni dopo quell’abitudine si è trasformata in una vera passione. Poi è arrivata la roccia, con le prime arrampicate. La prima salita l’ho fatta a otto anni. Gli anni più rischiosi sono stati proprio i primi, quando si andava all’avventura senza pensare troppo alle conseguenze».
Con l’esperienza si impara a comprendere a fondo la montagna: «All’inizio lavoravo come muratore — ha proseguito Kammerlander —, poi ho acquistato l’attrezzatura necessaria, ho iniziato ad allenarmi con la corsa e ad arrampicare sul serio. Sono diventato guida alpina e maestro di sci: in questo modo il mio mestiere è coinciso con la mia passione».
Con decine di salite estreme e oltre cinquanta prime ascensioni all’attivo, Kammerlander ha raggiunto la vetta di sette Ottomila assieme a Reinhold Messner, di cui è stato il più celebre compagno di cordata. L’intesa con Messner è stata determinante per affrontare le cime più impegnative del pianeta. Mentre scorrevano le immagini d’archivio delle storiche spedizioni in quota, Kammerlander ha illustrato l’apertura delle nuove vie e i successi conseguiti, sottolineando: «Allenamento e motivazione erano quasi sempre al cento per cento. Insieme a Messner formavamo una cordata perfetta». Non sono mancati i ricordi più dolorosi, segnati dalla perdita di compagni ed amici tra i ghiacci: momenti impossibili da dimenticare.
Il racconto «Sul tetto del mondo» ha così restituito il senso profondo del confronto con il limite: la scelta tra proseguire o ritirarsi, la gestione del rischio e il rispetto assoluto per una montagna che non si sottomette, ma si attraversa. Una consapevolezza maturata in decenni di attività alpinistica, dove il vero traguardo non coincide necessariamente con la vetta.
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