von fpm 07.09.2026 13:00 Uhr

Riceviamo da Risveglio Tirolese una riflessone necessaria e di estrema rilevanza

Che dire della Provincia di Trento, che per 80 anni ha perseguito e tuttora persegue un modello di sviluppo che è l’esatto contrario, basato sulla pretesa dell’Autonomia affermando, contemporaneamente, la negazione identitaria?

Foto loghi, elab grafica Flavio Pedrotti Móser

Il 5 settembre 2026 ricorrono gli 80 anni dalla stipula dell’accordo Degasperi-Gruber, con cui Italia ed Austria decisero di regolare i propri reciproci rapporti sul territorio di confine, conteso, appartenuto per secoli all’Austria e passato all’Italia in esito alla conclusione della Prima Guerra Mondiale, abitato da genti di lingua tedesca e ladina ma anche di lingua italiana e ciononostante fortemente legate alla propria secolare esperienza austriaca e tirolese: in verità, l’accordo stabiliva di tutelare la minoranza germanofona attraverso una speciale Autonomia, da calarsi su un territorio i cui confini venivano però lasciati indefiniti. Fu così che, a causa della fortissima pressione esercitata dall’ASAR, Associazione Studi Autonomistici Regionali, che in pochissimo tempo raccolse in Provincia di Trento oltre 100.000 tessere ed organizzò manifestazioni oceaniche per la causa di un’Autonomia regionale motivata da un nesso inscindibile fra Trento e Bozen, al di là delle diverse lingue parlate e derivante per l’appunto da secoli di storia ed appartenenza comune, la porzione territoriale su cui venne applicata la speciale Autonomia non fu la Provincia di Bozen, bensì l’intera Regione, comprendendo così anche la Provincia di Trento. Va subito detto che, una volta varato nel 1948 il primo Statuto di Autonomia, l’intera classe dirigente della Provincia di Trento si cimentò in una lotta senza quartiere tesa all’annientamento dell’ASAR e, soprattutto, dello spirito dell’ASAR. Questa autentica crociata ebbe molti esiti: innanzitutto, la gestione della Regione con l’intento nazionalista di italianizzare l’elemento germanofono, cosa che portò al Los von Trient, agli anni delle bombe e poi al secondo Statuto, che decretò il fallimento della genuina intuizione regionale asarina e della Regione stessa. Soprattutto da quel momento in avanti, le due Province autonome si trovarono completamente sganciate l’una dall’altra e libere di perseguire due modelli di sviluppo totalmente diversi, per certi aspetti antitetici. La Provincia di Bozen, perseguendo un modello di sviluppo che valorizza al massimo grado l’identità locale ed il territorio, ha creato nel tempo condizioni favorevoli al permanere ed allo sviluppo delle comunità insediate in ogni angolo, in ogni vallata, fin nel più sperduto maso, portandovi strade, scuole, servizi, attività artigianali.

Così facendo, oltre a salvaguardare il patrimonio culturale, tipicamente alpino, della popolazione locale, ha creato le condizioni perché l’agricoltura di montagna, data per spacciata da talune élites imperanti “ad altra latitudine”, non solo si salvasse ma addirittura potesse porre le basi per il grande sviluppo cui oggi assistiamo: il miracolo economico della Provincia di Bozen di oggi, incentrato su una floridissima industria del turismo, con annessi e connessi, è frutto di una politica che ha creduto nella cultura del maso, nell’agricoltura di montagna, nell’agriturismo ed ha incentivato le popolazioni a rimanere in montagna, presidiando il territorio. Proprio questo attaccamento territoriale è l’elemento, poi, che fa sì che oggi in Provincia di Bozen non si vendono le banche locali, non si vendono gli alberghi alle multinazionali, non si creano facoltà universitarie senza ricadute sul tessuto socioeconomico territoriale, non si vende ai privati ed in borsa la società dell’energia ecc.

Così facendo per 80 anni, la Provincia di Bozen ha certamente dimostrato di saper intelligentemente usare la propria Autonomia, senza la quale questo miracolo territoriale non sarebbe stato possibile. Essa si è pertanto guadagnata un generalizzato grande rispetto, anche da parte dell’antagonista, lo Stato nazionale, creando solide basi per un’Autonomia sempre più prospera e duratura.

Che dire della Provincia di Trento la cui classe dirigente, in 80 anni, ha predicato l’abbandono delle terre alte e dell’agricoltura di montagna, ha perseguito l’inurbamento, non ha creduto nel territorio se non occasionalmente per il settore turistico, con attività che tuttavia sono spesso finite in mani esterne, ha attratto industrie completamente avulse rispetto alla vocazione del territorio, ha promosso un’architettura disomogenea ed anch’essa avulsa dal contesto, ha venduto le banche, ha sviluppato facoltà universitarie con scarsissima ricaduta sul territorio, ha allegramente privatizzato la società dell’energia che ora candidamente ammette di voler quotare in borsa ecc.?

Al di là, dunque, delle celebrazioni di protocollo, in parte doverose, in parte scontate, invitiamo la classe dirigente ed i partiti imperanti nella Provincia di Trento a cogliere l’occasione dell’80.mo dell’accordo italo-austriaco Degasperi-Gruber per una riflessione e per aprire un dibattito, non solo sul passato, ma anche e soprattutto su queste premesse e sulle potenzialità di tenuta dell’Autonomia, nel futuro. Paolo Monti Portavoce – Franco Beber Presidente www.risveglio-tirolese.eu 

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