La campana del monte e il popolo dei larici

C’era una volta, tra le montagne del Südtirol, un piccolo paese raccolto ai piedi di una grande cima. Le case avevano tetti di legno, i prati erano verdi come smeraldi e, sulle pendici più alte, crescevano larici tanto antichi che gli abitanti dicevano fossero lì da prima delle loro bisnonne. Al centro del paese c’era una piccola campana appesa a una torre di pietra. Non era grande, né particolarmente bella, ma aveva una voce limpida che si sentiva da una valle all’altra. Scese dai passi di montagna con armature lucenti e stendardi scuri. Il loro comandante mandò un messaggero al paese. «Da domani questa valle appartiene a noi. Consegnateci le chiavi delle vostre case, il vostro bestiame e i vostri raccolti. Chi si opporrà sarà cacciato.» Gli abitanti si radunarono nella piazza. C’erano contadini, pastori, boscaioli, mugnai e donne che conoscevano ogni sentiero della montagna. Erano pochi e non possedevano un grande esercito. Il sindaco guardò la gente e disse: «Non possiamo combatterli come fanno loro. Ma questa è casa nostra. E una casa non si difende soltanto con le armi.» Quella notte, mentre gli invasori si accampavano nella valle, il popolo dei larici mise in atto il suo piano.
I pastori portarono le greggi su sentieri nascosti. I contadini nascosero il grano nei vecchi fienili di montagna. I boscaioli spostarono alcuni tronchi in modo da rendere impraticabili i sentieri. Le donne del paese accesero lanterne sulle cime, una dopo l’altra, così che dalla valle sembrasse che il paese fosse circondato da centinaia di persone. Poi il vecchio campanaro salì sulla torre. A mezzanotte fece suonare la campana. Din. Il suono attraversò la valle. Din. Dalle montagne rispose un’altra campana. Din. Poi un’altra ancora. Gli invasori si guardarono intorno. Non sapevano che quelle campane appartenevano a piccoli villaggi sparsi tra le montagne. E non sapevano che ogni rintocco significava: «Siamo qui.». All’alba, gli abitanti dei villaggi vicini scesero dai pendii. Non erano un esercito ordinato: erano persone comuni, con forconi, bastoni, asce da boscaiolo e vecchi fucili. Ma conoscevano ogni torrente, ogni bosco e ogni sentiero. Quando gli invasori tentarono di avanzare trovarono i passaggi sbarrati. Quando cercarono il cibo, trovarono i magazzini vuoti. Quando tentarono di salire verso i pascoli, scoprirono che le guide locali li avevano preceduti. E quando, infine, provarono a inseguire gli abitanti nei boschi, si persero nella nebbia.
Per tre giorni rimasero nella valle. Al quarto, il comandante comprese che non avrebbe potuto conquistare quel luogo. Mandò dunque un ultimo messaggio: «Perché vi ostinate tanto? Siete pochi.» Il sindaco rispose: «Siamo pochi nelle piazze. Ma siamo molti nei cuori. E questa montagna appartiene a chi la ama, la custodisce e la conosce.» L’esercito straniero se ne andò. Quella sera il paese tornò a riempirsi di luce. Il campanaro fece suonare la piccola campana e gli abitanti accesero un fuoco nella piazza.
Da allora, ogni autunno, quando le foglie dei larici diventano d’oro, gli anziani raccontano ai bambini quella storia. E dicono loro: «Ricordate: una montagna non è difesa soltanto dalle sue rocce. È difesa dalle persone che, quando arriva la tempesta, decidono di restare unite.» E ancora oggi, secondo la leggenda, quando nella valle soffia un vento particolarmente forte, si può sentire da lontano il suono di una piccola campana. Din. È la campana del monte. E significa che il popolo dei larici non ha dimenticato. Da sempre ormai qui si sente dire con orgoglio: “Da bin ich geboren, und da nur da bin ich Dahoam”,






