von mas 27.06.2026 18:30 Uhr

Un libro al mese: Abschnitt Adamello – 4°

“Abschnitt Adamello 1915-1918. Cronache di guerra dei reparti austro-ungarici dalla Presanella alla val S. Valentino” è un libro che gli studiosi e gli appassionati della Guerra Bianca in Adamello aspettavano da anni.  Curato da Tommaso Mariotti e Rudy Cozzini, è edito dal Parco Naturale Adamello Brenta. Ecco ogg un ultimo stralcio: „Il trasporto dei poveri ammalati fa paura. E’ difficile dire, chi soffre di più: i barellieri dovettero percorrere – sudando – il lungo sentiero sul ghiacciaio, gli ammalati – nonostante fossero coperti – erano intirizziti dal freddo, alcuni feriti gelavano lungo il percorso nonostante la grande attenzione posta nei loro riguardi.

Infanterie Regiment Erzherzog Rainer Nr. 59

«Storia dell’imperialregio reggimento di fanteria salisburghese e dell’Austria Superiore “Arciduca Rainer N.59” per il periodo della Guerra Mondiale 1914-1918. Il X battaglione nella zona dell’Adamello. (dal primo al 10 maggio 1916)».

Gli Italiani avevano cercato di sapere, fin dagli inizi di aprile, con un’incursione in Valsugana, se le informazioni su grandi raggruppamenti presenti nel Sudtirol corrispondessero a verità. Nello stesso tempo, l’incursione serviva come disturbo a qualsiasi azione offensiva. Alla fine di aprile 1916, la loro avanzata contro le deboli postazioni di difesa nella regione dei ghiacciai dell’Adamello, servì allo stesso scopo. Favoriti dalla fitta nebbia, partendo dalla dorsale di confine, con un’incursione attraverso le vedrette di Fumo e della Lobbia, gli italiani conquistarono il Crozzon di Lares e quello di Folgorida. Repentinamente venne inviato in aiuto al settore di difesa il 10. battaglione del 14. Infanterie Regiment. Alla sera del 30 aprile, la colonna autotrasportata del 10. battaglione Rainer si mosse lungo la valle della Sarca. Il capitano, Josef Burger, giunse a Pinzolo la mattina del primo maggio con la 2., 3., 5.compagnia, schierando in breve tempo lo Streifkommando (Fähnrich Firbas August e 15 uomini) così come il reparto addetto alla telefonia. La 1. compagnia era stata lasciata a Vigo Rendena, la 4. – con tutte le mitragliatrici – si era acquartierata, come riserva di settore, nelle baracche vicino a Breguzzo. A mezzogiorno, la 1. compagnia si mise in marcia lungo la val di Borzago, per raggiungere il rifugio Carè Alto. Il gruppo del capitano Burger, invece, iniziò la sua marcia alle ore due pomeridiane, salendo lungo la Sarca fino alla Ragada. Questo doveva scacciare gli italiani dal Crozzon di Folgorida, per cui, il giorno 2 marciò dapprima verso malga Folgorida. Qui la 2. rimase indietro, per assicurare il dispiegamento delle batterie mediante un avamposto. Il Crozzon di Folgorida avrebbe dovuto essere affrontato da nord e da sud, per togliere agli italiani il controllo della vedretta della Lobbia. La zona nord venne assegnata alla 3. compagnia, la quale era avanzata per malga Stablel e Punta dell’Orco; la parte sud alla 5. che doveva muovere dal passo Topette. Il tempo era favorevole, però la salita avvenne su neve profonda e molle, su pareti ghiacciate e attraverso burroni, che richiesero ai Rainer sforzi durissimi. La 5. arrivò stremata, alle due di notte del giorno 3, presso la 3. compagnia del 161. battaglione Landsturm, che teneva il passo Topette.

L’Oberleutnant Otto Süss formò una mezza compagnia servendosi degli uomini più forti. Mezz’ora più tardi avanzò verso il Crozzon di Folgorida. Ripide pareti insormontabili escludevano però qualsiasi attacco, tanto che dovette accontentarsi di lasciare dieci uomini alla base della parete, per impedire agli Alpini di salire sulla cresta del Belvedere e nella zona delle postazioni che si trovava sul passo Topette. La pattuglia di avanguardia della 3. compagnia raggiunse all’alba una delle due cime che formano la vetta della Punta dell’Orco. Quando la nebbia si alzò, la compagnia che era rimasta indietro ai piedi della cima cadde sotto il fuoco proveniente dalla Punta dell’Orco e dal Crozzon di Folgorida. Pare anche che alcuni Landstürmer che tenevano le creste del Belvedere, per errore, abbiano aperto fuoco fiancheggiante contro il grosso della 3. compagnia. La metà compagnia che era stata condotta dal Fahnrich Johann Kaudel con grandissimo impeto, ebbe – in brevissimo tempo – sette morti e una ventina di feriti e venne respinta. La condotta silenziosa e il fuoco preciso della pattuglia di avanguardia guidata dal Feldwebel Richard Krablicher e dallo Zugsführer Alexander Bauer, rianimarono decisamente la compagnia che si trovava in una situazione particolarmente critica. L’Oberleutnant Wilhelm Stuppöck si appostò con l’altra metà compagnia tra le rocce. Il caporale Johann Ruhs si impegnò con coraggio per mantenere il possesso di una postazione lungo una ripida parete, riuscendo a resistere al violento fuoco nemico per 17 ore.

 

Lo Zugsführer Neumaier [Andreas, ndr] superò un profondo precipizio, per proteggere la squadra sull’ala destra che era esposta al fuoco frontale del nemico. A questa venne in soccorso anche il caporale Ferdinand Mitterlehner con ulteriori rinforzi, così che si poté fronteggiare il nemico per 14 ore. Un attacco nella zona rocciosa e ghiacciata, senza l’intervento della artiglieria, che non c’era, era impossibile.

Con il sopraggiungere dell’oscurità, l’Oblt. Stuppöck ritornò a malga Stablel per unirsi all’altra metà compagnia che nel frattempo si era riunita.

Le perdite erano salite a dieci morti e trenta feriti. Con i primi quindici era tornato il Sanitätsfähnrich, mentre il barelliere Infanteriest Thomas Oelschüsser rimase indietro, radunando i feriti e fasciandoli con bende ricavate dai teli tenda, così che nella notte poterono essere trasportati di ritorno.

L’attendente Johann Vogl, che aveva combattuto valorosamente a fianco del comandante della sua compagnia, si mostrò particolarmente abile nel trovare una via di discesa sicura per il trasporto notturno dei feriti, attraverso ripide pareti e canaloni.

Anche la 1. compagnia, il giorno 3, andò incontro a insormontabili difficoltà, durante un attacco contro il passo di Cavento. Sotto un fuoco divenuto sempre più violento, i coraggiosi avanzarono verso la vedretta di Lares. Qui si distinsero i capisquadra Zugsführer Matthias Joiser e Engelbert Spiessberger che, nonostante le continue perdite, riuscirono a conquistare nuovo terreno, portandosi a quasi cento passi dal nemico, dopo aver superato un ampio crepaccio. Mantennero poi la posizione fino al sopraggiungere della notte ritornando poi nella postazione sul monte Folletto e sulla vedretta di Niscli. In modo straordinario e instancabilmente, a partire dalle sette del mattino, i barellieri Inf. Sebastian Bliem, Balthasar Essl, Rudolf Heistinger, Eustachius Köllbacher, Josef Schartinger e Johann Strobl evacquarono i feriti dalla zona d’attacco fino alle tre del mattino del giorno 4, mettendosi poi al sicuro non prima di aver messo in salvo anche l’ultimo soldato.

Nella neve e sul ghiaccio, i gruppi del battaglione avevano combattuto senza risparmio, senza avere la possibilità di essere riscaldati, senza materiale da bruciare, senza ricoveri. Per riuscire a proteggersi dal gelo i soldati dovettero scavare buche nella neve rimanendovi immobili, poiché gli italiani, con le mitragliatrici appostate sia sul Crozzon di Folgorida sia sul Lares, colpivano immediatamente subito qualsiasi bersaglio che si offriva loro.

Al passo Topette, si era costretti a proteggersi anche dal fuoco dell’artiglieria che colpiva dal passo della Lobbia Alta. Si comprende da sé che, ben presto, lo stato di salute si aggravò e ne furono prova tutti i congelamenti che si verificarono.

(…)

La sera del 3 si sperò in un capovolgimento della situazione grazie a un intervento di sostegno dal rifugio Mandron attraverso i ghiacciai delle Lobbie portato dal Fähnrich Max Deutsch. Tuttavia, questo tentativo, non risultò efficace.

Alle quattro, due plotoni della 2. compagnia sostituirono la 3. presso malga Stablel, la quale, fu spostata alla Ragada per ristabilirsi. Il 3. plotone, sotto la guida del Fhnr. Jurcic della 2., subentrò sul passo del Diavolo schierandosi nelle postazioni del 14 IR.

Poco dopo la mezzanotte fra il 4 e il 5, si alzò una forte tempesta di neve. I ripari e le caverne scavate nella neve erano spariti in brevissimo tempo. Gli avamposti e le postazioni vennero completamente ricoperti dalla neve. Non fu possibile proteggersi dalla furia degli elementi, non fu possibile dare alle persone la possibilità di riscaldarsi. Lo stato di salute degenerò e i congelamenti aumentarono. La 5. compagnia aveva ancora soltanto sessanta persone che si potevano considerare sufficientemente in grado di combattere; il Fhnr. Deutsch e lo Zgsf. Franz Herzog si incaricarono della guardia con alcuni volontari, dato che la situazione non permetteva più di tenere le postazioni. Semiassiderati e senza cibo di qualsiasi genere, i valorosi prestarono il loro pesante servizio per 24 ore.

Il capitano Burger pregò di rimpiazzare la 5. compagnia e avanzò la stessa richiesta per la 1. Così il Comando di settore dispose che, il giorno 6, la 4. sostituisse la 1, la 3. – con tre plotoni – la 5. e, con un plotone, il Fhanr. Jurcic Ivan.

Il Sanitäts Fähnrich Kubinger Robert descrisse molto chiaramente le vicende della 4. compagnia:

«Alle 6 del mattino partimmo alla volta di Borzago, per procedere dentro la lunga e infinita omonima valle, alla cui testata era possibile vedere il Carè Alto che si ergeva con i suoi ghiacciai ed enormi distese di neve. La via era sassosa e lo zaino pesava maledettamente; dopo aver fatto molte brevi soste, oltrepassammo Aqua Osteria, un nucleo di baite semidistrutte, dove erano stati alloggiati alcuni prigionieri di guerra, principalmente serbi, addetti al servizio di trasporto alle postazioni. Lassù, la stradina finì. Attraverso fitti boschi, si proseguì, calpestando neve, fino a Coel di Pelugo, dove arrivammo, abbastanza stanchi, all’una di pomeriggio. Qui si mangiò qualcosa, naturalmente conserve con pane, l’ultimo pasto caldo durante questa “passeggiata familiare”: così noi eravamo soliti definire – con umorismo- il nostro servizio sul ghiacciaio dell’Adamello. Adesso cominciava veramente la salita: per raggiungere il rifugio Carè Alto bisognava superare un dislivello di più di mille metri. Quando si voleva guardare in alto, bisognava piegare il più possibile la testa indietro e, nemmeno in questo modo, si poteva guardare fino in cima, tanto si innalzava il monte dal fondovalle. Il sentiero procedeva attraverso immense distese di ghiaccio; le ripide pendici dovettero essere superate zigzagando attraverso sfasciumi granitici. Qui incontrammo gente della 1. compagnia con membra gelate o accecati dalla neve. Quello che raccontavano non era incoraggiante. Mentre salivamo, sembrava sempre di arrivare al piccolo rifugio che vedevamo, ma invece bisognava continuamente superare creste ricoperte di neve, fino a quando non superammo l’ultima con grande fatica. Alle otto di sera arrivammo al rifugio. Lo spazio era angusto, per cui, la maggior parte della gente dovette scavarsi delle buche nella neve come giaciglio per la notte.

Alle 7 del mattino del giorno sette, si procedette, dapprima su una ripida e interminabile distesa di neve fiancheggiata da una cresta frastagliata verso il monte Carè Alto, e poi, fino al di là della cresta.

Nonostante il tempo fosse meravigliosamente bello, contro di noi soffiò un vento gelido, tipico dei ghiacciai. Davanti a noi si vedevano, in tutta la loro estensione, la vedretta di Niscli e, in lontananza, la nostra prossima meta: la guardiola dei Pozzoni. Ci incamminammo ad uno ad uno e, senza particolari precauzioni, attraversammo il ghiacciaio; soltanto verso l’una del pomeriggio riuscimmo a raggiungere la nostra meta, dove si dovette sostare a lungo, perché la maggior parte della compagnia era già stanca morta e parecchi erano rimasti indietro. La guardiola era una misera baracca, colma fino all’inverosimile di nostri uomini. Tuttavia, in quella ressa, riuscii a scorgere del caffe nero, l’ultimo per due giorni.

Tenendo davanti a noi come riferimento il grande arco del Carè Alto, alle ore tre procedemmo, attraverso la vedretta di Lares, verso il monte Folletto. Da qui, si poteva dominare tutta la zona del Crozzon di Lares, dove erano appostati gli italiani che sparavano con mitragliatrici, ma – a causa della grande distanza – i colpi non andavano a segno. La sera arrivammo ad uno spuntone di roccia, dove – in una buca scavata nella neve – era stato allestito un posto di soccorso».

Kubinger, nel frattempo, venne chiamato frettolosamente dal comandante di settore del Corno di Cavento.

«Arrivato a metà altezza, mi accolse una gelida tempesta di neve che mi tolse veramente il respiro. Tutto il Corno di Cavento era avvolto in un mantello di aghi di neve che giravano vorticosamente, mentre sotto, dove c’era il ghiacciaio, non c’era niente di simile. Nonostante il freddo, arrivai in cima sudato. Per fortuna, trovammo una caverna di ghiaccio vuota, la cui entrata era stata chiusa con una certa attenzione con un pezzo di tenda completamente ghiacciato».

La 1. compagnia scese durante la notte a Vigo Rendena. La 5., che già era stata sostituita il pomeriggio del giorno 6, raggiunse la Ragada alle 7 del mattino, così stremata che dovette essere indirizzata verso Pinzolo, per poi essere condotta a Trento mediante automobili. Lo Streifkommando rimase sul passo; l’Infanterist Johann Köstlinger svolse servizio di sorveglianza per 24 ore nonostante avesse i piedi congelati.

Al Lt. Lukacs Laventa von Sanda non riuscì – nonostante un duplice tentativo durato sei ore per volta – di posizionarsi sul passo del Diavolo, a causa delle enormi masse di neve. Il Fhnr. Jurcic, ormai tagliato fuori da ogni aiuto, dovette resistere con i suoi plotoni fino alla notte del 9. Dopo, la Landsturm lo liberò dalla sua penosissima situazione.

Il giorno 7, il capitano Adolf Plammer andò a malga Matarot Alta con la metà della 2. compagnia, per rilevare il comando del settore Mandron. Al plotone, che era stato lasciato indietro presso le postazioni delle batterie, si unì il Lt. von Lukacs. Il tempo si mantenne ancora freddo e sfavorevole. In alta quota continuavano le tormente di neve. A causa del freddo, la situazione si fece sempre più critica.

Il Sanitäts Fähnrich Robert Kubinger annotò:

«Il trasporto dei poveri ammalati fa paura. E’ difficile dire, chi soffre di più: i barellieri dovettero percorrere – sudando – il lungo sentiero sul ghiacciaio, gli ammalati – nonostante fossero coperti – erano intirizziti dal freddo, alcuni feriti gelavano lungo il percorso nonostante la grande attenzione posta nei loro riguardi. Penosa era anche la mancanza di acqua. Per poter smorzare la sete, occorreva prendere della neve e scioglierla col calore del corpo, prima di consumarla».

 

Nella notte del 10 maggio, per la 2. e 4. compagnia, venne finalmente il momento della sostituzione ad opera del 160. battaglione Landsturm.

«Per questo motivo la nostra gioia è senza limiti», scriveva Kubinger, «poiché quello che le persone hanno dovuto patire nelle due ultime notti, supera qualsiasi descrizione. Le sentinelle vennero spesso semplicemente avvolte dalla potenza della tempesta di neve, rimanendo immobili e semiassiderate, fino a quando non furono portate nelle buche del ghiacciaio: con le lacrime agli occhi chiedevano di potere essere sostituite e portate a valle al caldo.

Gente che aveva trascorso l’inverno nei Carpazi, credeva che nessuno di loro sarebbe riuscito a scendere a valle e che tutti sarebbero morti assiderati. Nessun pezzo di legno, niente caffè, non ricevemmo niente di caldo, le persone bruciavano le loro lettere, per riscaldarsi le mani per qualche attimo. Molti avevano le dita delle mani, quelle dei piedi o le orecchie congelate; altri erano ciechi per la neve e la loro condizione peggiorò a causa delle tempeste di neve, poiché – nonostante portassero occhiali da sole – gli aghi di ghiaccio riuscivano a penetrare negli occhi; altre persone avevano subito scottature da sole e avevano suppurazioni alle labbra e alle narici. Si desiderava vedere qualcosa di verde e si voleva andar via da quel deserto di ghiaccio».

Così, il giorno 10, la 3. compagnia stava ancora alla fronte. L’artiglieria tuonava al di qua del passo Topette. Nella notte, arrivò la notizia che gli italiani si erano impossessati del passo del Diavolo sul quale era stata ordinata l’evacuazione del nostro presidio. Alla mattina dell’11, la compagnia si radunò alla Ragada. Nel frattempo, il battaglione della sussistenza che era sopraggiunto, era stato messo in marcia verso Trento, dove, fino al 12, si raggrupparono le compagnie che erano state trasportate con automobili, per godere di alcuni giorni di riposo. Il 13 maggio, la 5. compagnia del XIX battaglione di marcia che dal primo marzo era stata suddivisa in gruppi per la formazione a Brixen, riuscì a sopperire – almeno in parte – alle numerose perdite. Furono fatte subito delle congetture di fronte al miserevole stato delle uniformi, poiché i combattenti dell’Adamello, al posto delle scarpe, calzavano stracci.

Per il buon comportamento tenuto durante quei giorni difficili, vennero conferite onorificenze a:

Zgsf. Johann Wassinger, Korp. Josef Ebner, Georg Gerner, Sebastian Gruber, Kasteneder, Franz Lindlbauer, Johann Stöger, Johann Wimmer, Gfrt. Karl Achleitner, August Andessner, Michael Angermaier, Friedrich Anninger, Karl Bernetseder, Rupert Bernsteiner, Anton Gattinger, Josef Harml, Josef Kaltenegger, Lorenz Sikinger, Johann Trattner, Johann Wohlschlager, Inf. Christian Brandstetter, Johann Bruckbauer*, Anton Eckl, Friedrich Eder, Johann Gandler, Franz Grabner, Martin Hemetsberger, Alois Hörl, Heinrich Irl, Ludwig Lublasser, Josef Mühlauer, Andreas Neumaier, Alois Palmsdorfer, Franz Pichlmann, Leopold Rabler, Anton Scheiblrandtner, Josef Schuster, Leopold Stadlhuber, Rupert Waltner, Rupert Waltner II.

 

Il libro di Tommaso Mariotti e Rudy Cozzini è destinato a tutti gli studiosi del conflitto in montagna, ma particolarmente alle comunità del versante trentino dell’Adamello: non pochi dei nostri avi militarono nelle unità comandate dagli ufficiali, i cui nomi affiorano nelle pagine di questo copioso volume. Un legame, quello con l’Impero asburgico scomparso al termine del conflitto, che rimane fortemente sentito nelle vallate della  nostra Terra,  che ci lega a comunità con le quali abbiamo condiviso secoli di storia. Un legame che oggi si ripropone, nell’Europa dei popoli tra loro affratellati.

„Abschnitt Adamello“ è disponibile presso la sede e gli uffici del Parco Naturale Adamello Brenta, che ne è l’editore.  Gli stralci pubblicati da UT24 nella rubrica Un libro al mese sono soggetti a copyright: è vietata la riproduzione anche parziale dei testi e delle illustrazioni, nonchè  la memorizzazione  in qualsiasi forma, senza autorizzazione scritta del Parco naturale Adamello Brenta.

 

 

 

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