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Briciole di Memoria: „Eroi tirolesi oscuri“ 2°

Nel 1917 la casa editrice Tyrolia di Innsbruck pubblicava il libro „Tiroler Helden ohne Namen“, che il Feldkurat Matthias Ortner aveva dedicato alle decine di „Eroi tirolesi oscuri“ che aveva avuto modo di conoscere di persona durante i terribili mesi dedicati alla cura d’anime dei soldati sui diversi fronti.  Ne era stata annunciata anche una versione  in lingua italiana, tradotta dall’alto prelato Vigilio Dalpiaz, ma la fine del conflitto e il conseguente „rebalton“ fermarono le rotative.  Grazie ad una segnalazione di Manuel Adami, abbiamo recuperato il libro originale ed ottenuto dalla casa editrice Tyrolia l’autorizzazione a tradurre e pubblicare il capitolo che riguarda i soldati tirolesi di lingua italiana. Ecco oggi la seconda parte: „Non sopportava che lo si chiamasse ‚italiano‘. Voleva essere chiamato “sudtirolese”, cioè un tirolese di madrelingua italiana…“

La copertina del libro origniale - Il Feldkurat Matthias Ortner

Fernando

Non sopportava che lo si chiamasse “italiano”. Voleva essere chiamato “sudtirolese”, cioè un tirolese di madrelingua italiana, e con la sua sincera fedeltà all’Austria,  lo meritava pienamente.  Odiava profondamente gli abitanti delle città che invocavano la “redenzione” e proclamavano il paradiso del Regno.

“Ho umiliato la sua vanità!”, si vantava Fernando dopo lo scoppio della guerra, raccontando di aver rimesso al suo posto un cittadino di Trento dalle aspirazioni nazionali — “Gli ha dato uno schiaffo!!”, confermava Umberto, entusiasta testimone oculare. Con uno schiaffo Fernando aveva umiliato quel fanfarone.  “Sono i peggiori nemici dei contadini e finiranno per portarci via tutto! — L’Austria è la Heimat e il Tirolo è il paradiso!

Fernando morì per queste parole, cadde da eroe per la grande e bella patria austriaca.

Antonio

Sull’Orlovica, in Serbia, si trova un pino con la corteccia incisa. Su una tavoletta votiva, sotto il segno della croce, si leggono le parole: “Antonio, Landstürmer tirolese, caduto il 14 novembre 1914 per Dio, l’Imperatore Francesco Giuseppe I e l’Austria. R.I.P.”   Un amico in lutto scrisse sotto, a matita: “Fosti buono e valoroso!”

Sì, Antonio era buono e coraggioso, mai demoralizzato, mai scontroso; quando gli altri si lamentavano, li rassicurava: “O pazienza! — Portiamo legna!”   Portò la sua croce con fede e senso del dovere fino alla tomba da eroe.

 

Beppo

“Beppo, come stai?” — “Cavalco bene.”   E il suo (NdR immaginario) cavallino di nome “Coraggio” era “sempre allegro”.

Quando gli altri avevano fretta di mettersi in marcia, lui stava lì  con la schiena piegata e diceva ai compagni: “Sellatemi il cavallo!”. Se nessuno lo aiutava a sollevare l’equipaggiamento, si rivolgeva allo zaino: “Per favore, saltami sulla schiena!”. Naturalmente lo zaino non obbediva, e allora veniva afferrato senza troppi riguardi. E Beppo tornava a cavalcare il suo cavallino.

Sempre allegro, Beppo si lanciava anche contro i Serbi e quando pensava di averne colpito qualcuno, gridava forte: “L’è vegnù zo!” oppure: “Cavalca all’inglese!”

Nella gola di Mohana anche Beppo dovette scendere di sella — e „sempre allegro“ morì per la Patria.

 

Giovanni

“Il mondo è una scatola di colori, la vita una tela e l’uomo insieme ‘pennello’ e ‘artista’.”  Questa era la gioiosa visione del mondo del pittore Giovanni.

La pittura d’interni la chiamava un’arte “ingrata” perchè “gli abitanti della casa si mettono sempre in mezzo!”.  Ma il buono devoto mastro Giovanni — anche quando aveva creato un’opera decorativa di prim’ordine — non protestava certo contro questo “mettersi in mezzo”, purché il conto venisse pagato.

Ad Adasevei fu allestito un ospedale da campo. Giovanni, egli stesso malato, imbiancò le stanze delle capanne del villaggio slavo, disegnò l’Aquila tirolese con una matita rossa su una parete, l’Aquila bicipite con il carbone sull’altra e, sulla superficie irregolare tra le due finestre senza vetri, tracciò il segno della croce.

Poi Giovanni si stese sulla paglia nel frattempo sparsa sul pavimento — e morì.

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