von fpm 24.03.2026 10:00 Uhr

Per non dimenticare le vittime tirolesi (3)

Un po’ di trasparenza su due date rimaste nella memoria

Elab grafica Flavio Pedrotti Móser

Sulla drammatica vicenda dei massacri del 23 e 24 marzo 1944, il primo per mano della violenza partigiana in via Rasella e il secondo per mano del cinismo e della brutalità nazista alle Fosse Ardeatine, riportiamo la testimonianza di chi si era salvato. Parla Arthur Atz, sopravvissuto all’attentato di via Rasella drammatico teatro del massacro che sterminò due plotoni di militari südtirolesi e indusse la rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Sono stati sempre considerati come nazisti, ma erano südtirolesi del Battaglione di polizia Bozen. Fecero obiezione agli ordini del Comando tedesco di eseguire come atto di vendetta la fucilazione alle Fosse Ardeatine, eppure i loro resti per molto tempo furono dimenticati in un cimitero sulla Pontina «Nessuno dei famigliari delle vittime è mai stato risarcito. Ma chi mise l’esplosivo ha ricevuto una medaglia», come dichiarò in una intervista di qualche anno fa Arthur Atz, contadino di Kaltern.

Li hanno bollati come SS, uomini delle squadre naziste delle Schutzstaffeln. Erano invece contadini südtirolesi arruolati a forza nel Battaglione di polizia „Bozen“ durante l’occupazione nazista delle province di Trento, Bozen e Belluno (zona di operazioni Alpenvorland), avvenuta subito dopo l’8 settembre. Di loro, per anni, si cercò di cancellare ogni traccia. Solo un foglio di carta pergamena, vergato a mano con inchiostro di china, ne ricordava l’esistenza. Fu fissato alle pareti del Walfahrtsort Maria Weiβeinstein dagli stessi sopravvissuti: «Zum Gedenken unserer Kameraden welche am 23.3.1944 in Rom gefallen sind» (In ricordo dei nostri compagni caduti a Roma il 23 marzo 1944). Persino i loro resti furono „dimenticati“ in un cimitero militare germanico sulla via Pontina, nei pressi di Pomezia, dove tuttora giacciono, senza nemmeno una targa di riconoscimento.

Ma i sopravvissuti all’attentato si contraddistinsero per un gesto non comune di „disobbedienza“ al nazismo e alla spietatezza delle sue leggi e dei suoi ordini. Una sorta di obiezione di coscienza per motivi religiosi.

Fu lo stesso Feldmaresciallo Kesselring, in occasione del processo che lo vide coinvolto, che testimoniò come il comandante del battaglione Bozen si rifiutò di impartire ai suoi uomini l’ordine di ubbidire «poiché i suoi uomini erano cattolici e per di più delle classi più anziane, i quali non sarebbero riusciti ad imporsi di eseguire l’ordine» (cfr „L’Avvenire d’Italia“, 21 febbraio 1947, riportato anche dallo storico Klaus Gatterer nel volume In Kampf gegen Rom). (continua)

Jetzt
,
oder
oder mit versenden.

Es gibt neue Nachrichten auf der Startseite