Briciole di Memoria: „Eroi tirolesi oscuri“ 1°

Le rondini del Sud
Il contingente di lingua italiana del primo reggimento del Landsturm tirolese partecipò valorosamente a tutte le eroiche battaglie. Anche i Tirolesi di lingua italiana attraversarono con coraggio la Drina e combatterono in Serbia, spalla a spalla con i loro fratelli di lingua tedesca. Lo stesso senso del dovere, la stessa incrollabile fedeltà all’Imperatore asburgico e alla grande Austria, e il bruciante amore per la comune Heimat tirolese li univano tutti, nella vita come nella morte.
“Tirol ist lei eins – Il Tirolo è uno solo!”
È lo spirito che fa l’uomo, e alcune azioni possono dimostrare che anche i tirolesi di lingua italiani mantennero virilmente la loro fedeltà al dovere giurato, fino a versare il proprio sangue per l’Imperatore e per l’Impero, e non da ultimo per salvare l’onore della loro stirpe.
Umberto
Che cosa disse il capitano? “Per loro fu un esempio…”
Da commerciante si preoccupava del pane quotidiano per la sua numerosa famiglia. Onore all’uomo valoroso, a sua moglie e ai loro undici figli dagli occhi neri! Delle manovre politiche di molti suoi concittadini —alle cui porte ora pendeva il cartello “Sequestrato!” — non volle saper nulla. Gli fecero spesso e duramente capire che non aveva nemmeno il diritto di vivere nella loro città. Avrebbe potuto chiamarsi dieci volte “Umberto”, ma di certo il suo nome non era “Italo”: per questo dovette spesso cercare lavoro altrove.
Poi venne la guerra. La via verso il “Regno” gli era aperta — perché non fuggì la morte? Non voleva vivere senza onore. Non si nascose nelle retrovie: fece il suo dovere. Sapeva parlare “italiano” e pensare “tedesco”, agendo da patriota. Contribuì alla vittoria. Molti presero esempio da lui.
“Se l’Austria dovesse soccombere, allora preferisco essere sepolto in Serbia piuttosto che tornare in Sudtirolo!” Più di una volta si espresse così, e aggiungeva: “Dobbiamo vincere! L’Italia vuole il Tirolo fino al Brennero! Dobbiamo salvare il Tirolo!”
Così Umberto, in battaglia, seguiva il suo caposquadra e menava colpi contro i nemici; nel combattimento corpo a corpo si dice che gridasse a gran voce.
“Una cosa buona questa guerra ce l’ha” – confessò quando si parlava di fughe nel Regno, di internamenti, di sequestri di beni e della forca al Castello del Buonconsiglio – “La guerra farà pulizia qui al Sud. I signori che predicavano sempre a grandi parole della nazione e dell’Italia, della ‘schiavitù’ e della ‘redenzione’, non potranno più insultarci e trattarci da ‘austriaci’ quando torneremo vittoriosi dal fronte nemico — ammesso che uno di quei traditori della patria respiri ancora l’aria del Tirolo, quando ci sarà la pace.”
Il Signore liberò Umberto da ogni ulteriore molestia dei suoi concittadini: chiamò il fedele patriota dal campo di battaglia nella città della pace, la Gerusalemme celeste.
Basilio
Marciava allo stesso passo con un “italiano”. Avevano stretto una sincera fratellanza d’armi, e il caposquadra li aveva messi insieme nell’ultima doppia fila. Ma il legame durò poco. Già a Han Semeec suo fratello tornò nelle retrovie con un “mal de panza”.
Allora Basilio si indignò: “Mi fulmini il Cielo! — nix mal de panza, adesso c’è la guerra!” E non parlò più del suo amico.
Si legò invece ancora più fedelmente a un compagno della valle dell’Adige. Quando quest’ultimo fu mortalmente ferito dal nemico e i serbi avanzavano rapidamente, Basilio accorse in aiuto del compagno e per salvarlo compagno dalla prigionia. Ma cadde egli stesso, colpito al cuore.
Entrambi morirono da eroi per la patria. Il sangue tirolese tedesco e quello tirolese italiano si mescolarono nella stessa piccola tomba.
Ettore
Il minatore trovò impiego come zappatore artificiere nei reparti del genio. Sapeva collocare le mine antiuomo con grande abilità ed eseguiva le demolizioni in modo rapido e sicuro. Ma poiché nella campagna bosniaco-serba non c’era molto lavoro per quelli del suo mestiere, si fece arruolare tra i fucilieri.
Di tanto in tanto gli capitava di far saltare in aria una casa che nascondeva esplosivi in cantina oppure una solida postazione d’artiglieria: si vedeva allora che era nel suo elemento. Quando per tre giorni non si riuscì a scacciare i serbi dal Sebaste Kik, ebbe un’idea: «Se solo si potesse far saltare la cima!»
Non conosceva la paura della morte. Durante l’assalto alle alture del Maljen, a mezzanotte, per il valoroso minatore si spense la lampada della vita — proprio come una lampada da miniera.






