von fpm 17.03.2026 18:00 Uhr

Dame damént (9)

Dialetto, sfumature e tonalità espressive danno alla parola contenuto ed espressività talvolta stimolanti e istigati a quelle scambievolezze che la parlata popolare fornisce…

Elab grafica Flavio Pedrotti Móser

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza…  Le parole talvolta riaffiorano nei ricordi… e sono proprio loro, i flashback, la Heimat che spesso li riporta a galla e pensandoci bene, i pensieri, soprattutto le rievocazioni del passato, mentalmente si rivelano sempre nella parlata familiare… quella della nostra infanzia, usata con gli amici per parlare di calcio, di musica, di avventure… parole che talvolta sembrano scomparse o usate poco… Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza…  Immaginiamo per un attimo di essere in un luogo che ci è caro… guardiamoci intorno… dove siamo… cosa vediamo…

Ma stàr al dé fòra vèn anca la voia de nar po dént a dar n’ociada… Ma rimanendo all’esterno poi subentra quella voglia di entrare e sbirciare… Alór, scavalcà el muredèl, sót al grezòn, ho ciapà na scortarola, son nà su fin ‘n zima e po zó dala banda dé l’òrt per nar al pòrtech de la ca’. Quindi, oltrepassato il muretto, sotto il terreno incolto, ho preso una scorciatoia e sono andato in cima al sentiero e poi sono sceso sino all’orto per andare verso il portico della casa. A nar ‘n su, envézi, paβà via él rif, a ciapàr él tròz del mas del rozàl – e a farla granda no l’è pù de ‘n quart d’ora – se se trova ‘ntél bosch pien de panporzìn… Se invece si sale ancora, attraversando il torrente, prendendo il sentiero per il maso della roggia – ad esagerare si impiega si e no un quarto d’ora – si arriva nel bosco di ciclamini…  da bòci stéven su anca na giornada entréga, a zercar fónghi se l’era zà stagion o giàsene, anca lipre, ma sól per vardarle, stéven bèn su co le récie… embèn, el pu dele volte a sbacanàr sbragoladi come zingheni e po’ engual not,  a bèl àsi, torneven per zéna… mai strachi… da ragazzi si rimaneva lì’ anche tutto il giorno, a cercar funghi se era già stagione, o mirtilli, anche vipere ma solo per guardarle, facevano molta attenzione… ebbene, il più delle volte a far baccano sbracati come perdigiorno fino a quando, all’imbrunire, senza fretta, si tornava a casa per la cena, mai stanchi…

Gnanca él tèmp de cavarse le sgalmere e dala cosìna se sentiva zigar mé pare: el vegnù ale bèle el magnanugole? Làvete le man prima dé zéna… neanche il tempo di togliere le scarpe e dalla cucina si sentiva il padre gridare: è arrivato il perdigiorno?

Il magnanugole, ossia chi mangia le nuvole, chi vive tra le nuvole… lavati le mani prima di sederti a tavola! …  Él sarà bródech come ‘n rugànt… vara dé no vignìr a taola pien dé grép! Lavéte ‘n dé la mastèla! Sgolava la mare… Sarà sicuramente sporco come un maiale… non presentarti a tavola unto e bisunto se prima non ti sei immerso nella tinozza, strillava la madre. (continua)

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