Tradizioni: Mardì de Carneval

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17 febbraio – Martedì Grasso – Mardi de Carnevàl
Il martedì grasso è „l’ultimo giorno del Carnevale„, anche se la settimana carnascialesca, iniziando il Giovedì Grasso, terminerebbe in realtà il Mercoledì delle Ceneri, giorno nel quale si “levano le carni” (carnem levare) come inizio del periodo quaresimale.
Due sono gli elementi ricorrenti nel Martedì Grasso nelle tradizioni alpine in generale e trentine in particolare: il matrimonio, o più ampiamente la fecondità, e il fuoco.
Il martedì grasso era un tempo l’ultimo giorno prima della Pasqua nel quale ci si poteva sposare. Molti sono i nostri nonni e bisnonni il cui sposalizio risultava essere in febbraio o marzo e se si va ad indagare si scopre che quel giorno era il Giovedì Grasso di quell’anno o il Martedì Grasso.
I vecchi “5 precetti” della chiesa cattolica includevano anche quel “Non celebrar nozze nei tempi proibiti” che impediva in Avvento e in Quaresima la celebrazione di matrimoni con festeggiamenti e balli annessi. Ecco perché ci si affrettava a sposarsi appena dopo la festa del Natale e soprattutto in tempo di Carnevale. Anzi, il Carnevale era proprio il tempo dei matrimoni, come si può riscontrare anche in molte tradizioni comunitarie carnascialesche trentine ancora oggi, dove “el spos” e “la sposa” sono molto diffusi e presenti.
Del resto la fecondità è uno degli elementi ancestrali delle usanze di fine inverno ed inizio primavera, legati alla rinascita della vita nella natura e di conseguenza anche nelle relazioni umane.
Il fuoco è pure ricorrente nelle tradizioni del Carnevale di tante comunità: in molti luoghi si usa bruciare una pianta, un covone, addirittura nella bassa vallata avisiana alcuni paesi preparavano una balla di fieno infuocata da gettare dai paesi di mezza costa verso il torrente Avisio.
Il fuoco „riscalda“ in un certo senso l’ultima parte dell’inverno per aprire la campagna alla primavera incipiente e nelle faville trasportate dal vento letture profetiche possono annunciare stagioni agricole più o meno produttive.
Sarebbe bello recuperare le intime tradizioni famigliari dei più dispersi “masi” delle vallate dolomitiche, dove non mancavano mai oggi i piatti tradizionali carnevaleschi, come canederli, smacafàm, sope de pan, straboi o fortaie, e, dopo il tramonto, veniva acceso nei prati o campagne della famiglia contadina un fuoco e attorno ad esso i famigliari, accompagnati da una “zìtera”, la cetra, o da un violino, o più di recente da una fisarmonica, davano il nostalgico addio al Carnevale.






