Dame damént (5)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Le parole talvolta riaffiorano nei ricordi… e sono proprio loro, i flashback, la Heimat che spesso li riporta a galla e pensandoci bene, i pensieri, soprattutto le rievocazioni del passato, mentalmente si rivelano sempre nella lingua familiare… è in quella lingua che si pensa, sempre che sia la lingua della nostra infanzia, la lingua usata in famiglia e con gli amici per parlare di calcio, di musica, di avventure… parole che purtroppo sembrano scomparire, usate ormai limitatamente… Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Immaginiamo per un attimo di essere in un luogo che ci è caro… guardiamoci intorno… dove siamo… cosa vediamo…
Se diséva, la stimana paβada, dele do putelote…Ensóma, no avria podù eβer buséta e botón no con tute dói, ma gnanca con una-no… Parlando di due ragazzine, si diceva la scorsa settimana, che, né con una né con l’altra avrei potuto avere una relazione! A eβer sc’èt bigneria che diseβa che ghé n’era anca n’altra, la se ciamava Gaia, oci verdi, cavèi zaldi… e meio che tasa sul rest… Bèla come βe pòl eβer bele che coβì bèle no β’én vede miga tante da sté bande… ad essere sincero dovrei dire che ce n’era un’altra, si chiamava Gaia, occhi verdi, capelli biondi e mi fermo qui, meglio sorvolare sul resto… bella come si può essere belle che di così belle non se ne vedevano tante da quelle parti… ma éla én piazéta, sul muredèl, no la βe fermava mai, spale drite, col lónc, e via de falcade… ma lei, in piazzetta, sul muretto, non si fermava mai… spalle dritte, collo lungo e via di fretta…
Mi provavo a ciamarla ma no ghèra gnént da far… gnanca a narghe drio cole bèle, io provavo a chiamarla, ma niente da fare non mi dava retta, neanche usando le belle maniere, la me vardava come se varda ‘n cagn ‘n césa… ensóma avevi capì prést el tai del prà e l’ho laβada nar… mi guardava come si guarda un cane in chiesa, come per dire, e tu che ci fai qui? insomma, avevo capito presto l’aria che tira e ho lasciato perdere…
Dè spéss, suzedéva anca de córer ‘n bótega avanti che i sèra a tòr bombi o pan a l’ùa o canòi dé crema… o dal becà r a tòr vergót dé zéna laβà dit da mé mama… e po nar a le bèle e sentirsén dir tante che tèra… Capitava spesso di correre al negozio prima della chiusura per comprare dolcetti, brioche con l’uva o cannoli alla crema o dal macellaio per ritirare qualcosa ordinato dalla madre per cena per poi arrivare trafelati a casa e subire i rimproveri a causa del ritardo. (continua)






