Clara Marchetto e l’equivoco immorale

Domenica scorsa, con una lettera inviata a un quotidiano locale, lo storico Vincenzo Calì, riguardo la figura di Clara Marchetto, riportava una dichiarazione del capo della Resistenza trentina Gianantonio Manci „Vogliamo accennare ad una corrente separatista che si alimenta nella nostra regione nell’equivoco immorale che confonde la responsabilità del fascismo con quella del popolo italiano. Non perchè essa abbia grande importanza, ma per segnalarla come uno dei più gretti e deleteri fenomeni di egoismo borghese … La debolezza morale di tale posizione posta di fronte al passato storico del nostro Trentino ed alle esigenze politico economiche di domani … è tale che non sarà difficile smontarla. E non sarà la prima volta che tocca ai socialisti impartire a certa borghesia lezioni di amor patrio„.
Di quella corrente separatista – continua Calì – incarnatasi nel Trentino fra il 1943 e l’immediato dopoguerra, Clara Marchetto fece parte attiva, contribuendo a rendere ancora più faticoso il cammino autonomista. Il giusto risarcimento alla memoria le è dovuto con la cancellazione della condanna subita nel 1940 dal tribunale speciale.
Va sottolineato il fatto che il suo espatrio clandestino – conclude lo storico Calì – dopo la conferma della sentenza in età repubblicana, avvenne con il fattivo aiuto dei „separatisti“ tirolesi.
A Calì risponde Giuseppe Matuella, con una lettera alla stampa: eccola nel testo originale integrale:
Clara Marchetto e l’equivoco immorale!
“En colp al sercio e uno alla bot”! E’un vecchio proverbio trentino che illustra molto bene il pensiero che il Prof. Vincenzo Calì, ha espresso con una lettera al giornale, pubblicata domenica 15 corrente, dove esprimendo il suo parere in merito al caso “Clara Marchetto” giudica più che sufficiente, come giusto risarcimento dopo la caduta del fascismo, la cancellazione della condanna subìta dalla Marchetto nel 1940 dal tribunale speciale (fascista).
A conferma del suo dire usa pure le parole di Gianantonio Manci, caduto nella e per la Resistenza, dove parla di una corrente separatista che si alimenta nella nostra regione nell’equivoco immorale che confonde la responsabilità del fascismo con quella del popolo italiano….
In un quanto a Manci, non si può certo pensare che un irredentista, ancora minorenne arruolatosi nell‘ esercito nemico che cercava di invadere la sua Patria, parli di amor patrio, questo è davvero singolare. E anche che disprezzi quella borghesia imprenditoriale di cui la sua famiglia era parte attiva, e proprio per i suoi interessi portata a „tifare Italia“, contro, non lo si scordi mai, il 90% del popolo trentino.
Al Prof. Calì ci sentiamo di dire comunque che il Manci, essendo morto il 6 luglio 1944, non poteva di certo conoscere il seguito della faccenda, vien da dire molto burrascosa, con un susseguirsi di interferenze politiche/processuali, in un’Italia già Repubblica democratica che alla fine, in seguito al riesame del processo Marchetto, (strano vero?) va a condannare la stessa nel 1953, in Corte di Assise di Genova, a 15 anni e 4 mesi di carcere per rivelazione di segreti di Stato. Il tempo più che sufficiente per stroncare la buona carriera politica che la Marchetto nel frattempo era riuscita a intraprendere in campo autonomista-separatista.
E sempre il povero Manci non poteva sapere che venne proprio da un democristiano, Flaminio Piccoli, l’attacco frontale alla Marchetto. Alla vigilia delle elezioni (novembre 1948) descrisse la candidata del PPTT quale spia della Francia e indegna di occupare uno scranno di rappresentante del popolo trentino. Un mese dopo, a elezione avvenuta, Piccoli definì la Marchetto, che era stata eletta nelle file del P.P.T.T. “Mata Hari del PPTT”.
E la sua elezione provocò pure le ire di René Prevé Ceccon, che fu consigliere regionale del MSI, il Movimento sociale Italiano, erede del fascismo, che nel 1949 scrisse sulla stampa locale: “Non dico che la donna in questione debba venire fucilata, per carità, piombo sprecato. Dico solo che un sì brillante stato di servizio per lo meno dovrebbe procurarle l’interdizione dai pubblici uffici.”
Detto questo, ora per la titolazione di una sala ad una vittima del fascismo, ma vittima anche di una certa democrazia, per di più “cristiana”, si va ancora dopo cinquant’anni a sollevare tal polverone!
Teniamo presente che la Marchetto – nella peggior delle ipotesi – ha solo reso pan per focaccia. Il buon esempio e l’iniziativa l’aveva già presa una trentina d’anni prima il Regno d’Italia. Diciamo per cortesia le cose come stanno!






