Dame damént (4)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Le parole talvolta riaffiorano nei ricordi… e sono proprio loro, i flashback, la Heimat che spesso li riporta a galla e pensandoci bene, i pensieri, soprattutto le rievocazioni del passato, mentalmente si rivelano sempre nella lingua familiare… è in quella lingua che si pensa, sempre che sia la lingua della nostra infanzia, la lingua usata in famiglia e con gli amici per parlare di calcio, di musica, di avventure… parole che purtroppo sembrano scomparire, usate ormai limitatamente… Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Immaginiamo per un attimo di essere in un luogo che ci è caro… guardiamoci intorno… dove siamo… cosa vediamo…
Continuando la scorribanda dei ricordi, viene in mente quando… èren su ‘l caval dèl mat, altro modo di dire sotto stretta sorveglianza dialettale… volendolo tradurre sarebbe: eravamo sul cavallo del matto e forse la metafora aiuta a capire il senso della frase che si riferisce alla gioventù sbrigliata, agli anni in cui si faceva correre la cavallina, come si dice, si avevano tanti grilli per la testa insomma, ci si divertiva… e se pedalava zò come na βitèla… cioè si scendeva con la biciletta da ripidi pendii veloci come saette o se ciapava ‘n tròz, e se l’era zà stagión βe βe rampegà va su per i zarezà ri a magnar ziréze, oppure. se era stagione con il ritmo giusto ci si arrampicava sui ciliegi per mangiare i frutti…
Ma non erano certo solo i giochi spericolati a condire le giornate, né sénteven sul muredèl ‘n font a la piazéta, vizìn ala fontanèla, a spetà r le putèle, cioè ci sedevamo sul muretto in fondo alla piazzetta, vicino alla fontanella, ad aspettare le ragazze… e m’én vèn én mént dòi che le né vigniva arènt, una coi cavèi rizi e l’altra cole dréze… le me piaséva tute dói… e me ne ricordo due, in particolare. che sedevano lì vicino, una con i capelli ricci e l’altra con le trecce… mi piacevano tutte e due… sól che quéla coi cavèi rizi la gavéva almén én par dé ani pu de mi, e βe βa bèn che quéle le varda quei pu grandi…dispiace però, che quella riccia aveva qualche anno più di me e si sa perfettamente che quelle sono interessate ai ragazzi più grandi.
L’altra, quéla coi cavèi longhi e le dréze, l’era maβa starluca, no la taséva gnanca a squerzerghe la boca cola man… ciacierar, rider e ciacierar…. En mis mas… l’altra, quella con i capelli lunghi e le trecce, era troppo stramba, non stava zitta neanche a coprirle la bocca con la mano, chiacchierare ridere e chiacchierare… una confusione… (continua)






