Un Libro al Mese: Sette volte bosco

Adalina
Adalina si fidava di pochi. Quei pochi si contavano sulle dita di una mano, e due di loro erano già morti. Il terzo, suo fratello Emiliano, era lontano, forse al Sud, prigioniero dei taliani, forse già morto … Aveva passato due giorni e una notte nel vagone di quel treno cigolante. Tornava da Mitterndorf, il campo profughi per gli abitanti del Trentino meridionale, inglobato nel fronte di guerra, allestito da quello che, ormai, non era più né Impero né casa loro. Dell’Impero, quello per cui Emiliano si era dovuto pure arruolare, non rimanevano che briciole
(…)
Stava tornando a casa, che però, anche sulla carta, non era più la stessa, visto che ora al comando c’erano i taliani. Era forse sola al mondo, ma la strada che aveva davanti l’avrebbe riportata al màs, e quel pensiero era bastato a tenerla sveglia. Chiuse gli occhi, sforzandosi di dormire, ma immagini, suoni e odori di Mitterndorf presero a vorticarle in testa.
Come in quel momento sul treno di ritorno, alla sua entrata a Mittern dorf aveva freddo, aveva fame, aveva sete, aveva sonno. Aveva preso posto nell’ultima baracca, quel la più vicina al reticolato, dove mandavano le famiglie più povere. La camerata, se così si poteva chiamare, era vuota, se non per una minuscola stufetta nel mezzo. Non c’era legna, non c’erano finestre, non c’erano porte, non c’erano giacigli. La madre di Adalina, a breve distanza da lei, era si mile a un sacco vuoto …
Ecco cosa l’aveva fatta diventare, la guerra. Una profuga. Aveva scandito la parola, lettera per lettera. P-r-o-f-u-g-a. Ora, come quel giorno, le riecheggiava in testa come una maledizione.
(…)
«Trento, Trient, Trento» gracchiava una voce metallica. Adalina trasalì. Le gambe le tremavano. Serrò le palpebre per non vedere i fortunati che già scendeva no. Era sempre più vicina. Una fermata ancora. Nonostante la fatica del viaggio, nonostante la sporcizia che sentiva essersi infilata ovunque, persino in fondo agli occhi, quando i suoi piedi toccarono terra Adalina scoppiò in una risata. Il petto le si aprì, dopo tutte quelle ore in cui era rimasta chiusa su sé stessa a spalle strette. Per un istante, si sentì come un tulipano di fronte a una promessa di primavera. Era tempo di ricominciare.
Uscì dalla stazione a passo incerto. Si guardò attorno. Il ponte della ferrovia, constatò, non esisteva più. Era stata costruita una struttura di legno e, ai suoi lati, c’erano soldati che supervisionavano il passaggio. Le case, quelle ancora in piedi, parevano invecchiate. Gli scuri erano chiusi, i tetti sfondati o senza più tegole, e le vie erano disseminate di immondizia e di schegge di muri e di altre cose. Persino le montagne, viste dalla città, erano cambiate. Il suo Col Santo e il suo Finonchio, in particolare, sembrava fossero stati rasati da un barbiere impaziente. I boschi erano in più parti interrotti e le loro pareti costellate di slavine causate dai bombardamenti.
Adalina accelerò il passo. Le ci sarebbe voluto ancora un paio d’ore per raggiungere casa. Si infilò per il sentiero Sant’Antonio quasi correndo. Il respiro le si era fatto pesante, la fronte sudata, e i piedi scalzi le bruciavano. Eppure, non poteva rallentare. Il màs la stava chiamando e, come nei suoi sogni, urlava: “Lina, Lina, Lina”.
Emiliano
Emiliano aveva fame. Lo stomaco, nelle ultime settimane, gli si era gonfiato e gli faceva male. La clavicola, rotta nella caduta quel fatidico giorno della mina, non gli si era ancora sistemata. Il piede sinistro, rimasto senza dita, glielo avevano fasciato e infilato in una scarpa ripiena di paglia sul davanti. Tuttavia, anche con la fasciatura, lo facevano lavorare. Per quelli che, come lui, non conoscevano altra arte che quella contadina, c’era da preparare la semina, mentre, per quelli con entrambe le braccia funzionanti, da zappare la terra. Hirsch, invece, che a casa aiutava il padre sarto, era finito a rammendare uniformi. Giordano, un altro compagno della valle dell’Adige, era scarparo e gli toccava di aggiustare gli stivali degli ufficiali. Per protesta, però, lo faceva malamente: «Ma ghe meto poca còla, così almeno zoppicano».
Anche in quella stagione il sole del Mezzogiorno splendeva cocente sulle loro schiene e i loro capi chini. Non si vedevano montagne, lì attorno, e lo sguardo di Emiliano, nei pochi momenti in cui aveva il permesso di sollevarsi, si perdeva lungo le pianure riarse. In testa aveva due pensieri fissi. Il primo, tornare a casa, al màs. Il secondo, trovare August, vivo o morto che fosse. August, quel putel che ai piedi del Lagazuoi c’era nato e che, come loro tutti, c’era finito a combattere. Anche la famiglia di August aveva un màs, che però, da buoni ladini, chiamavano vila.
(…)
Di casa sua, Emiliano aveva raccontato poco all’amico. Gli aveva detto che anche lui veniva dalla montagna, sebbene le montagne di casa sua avessero cime di colore e fattezze diversissime. August aveva riso e, subito, gli aveva raccontato di come da quelle parti fossero stati i Salvans a tessere i raggi della luna con tale maestria da convincere le montagne a indossarli sempre.
Quando aveva ricevuto le lettere da Mitterndorf che, una di seguito all’altra, lo informavano della morte dei genitori, Emiliano aveva pensato ai Salvans tessitori, quelli di August. Chissà dov’erano finiti, suo padre e sua madre, ora che non erano più. Da bambino non aveva avuto troppe difficoltà a credere alle promesse del prete. Le persone oneste, lavoratrici e respetose del Signore venivano premiate con il paradiso. La guerra e il Lagazuoi, però, gli avevano insinuato dubbi che difficilmente avrebbe messo a tacere. «Me l’aspetevo» Poi, tormentandosi le mani, aveva aggiunto a voce più bassa: «No i vedo pù. Sparidi, così». August gli aveva messo una mano sulla spalla. «Devi essere come loro». Aveva indicato dei fiorellini gialli che, come piccole fiamme di alta quota, incendiavano quelli che altrimenti rimanevano campi di nude rocce. «Crochi» aveva continuato l’amico. «Noi non possia mo niente, contro i crochi». I crochi sopravvivevano a tempeste, nevi perenni, e, a quanto pareva, anche al la solitudine infinita della guerra su quelle montagne lì.
(…)
Nessuno aveva il permesso di impazzire. Non lì, non così vicini al ritorno a casa. Emiliano si mordicchiò una pellicina del pollice. Avrebbe dovuto impegnarsi di più. Doveva fare credere agli altri, se non di stare bene – assai improbabile per tutti –, almeno di essere ancora a piombo. Eppure, August era chissà dove, e lui, senza il suo sorriso, senza la sua parlata, non sapeva neppure cosa volesse dire non sentirsi matto.
Adalina
Nemmeno della casa restava molto, si rese conto con orrore Adalina, e di quel poco che era sopravvissuto non era affatto sicura di potersi fidare. In quei quattro metri, Adalina era nata e cresciuta. Era venuta al mondo accanto alla fornela, con lo tscharént – l’impasto di polenta, latte di capra e burro – che ancora cuoceva.
La sua era una famiglia contadina, e alle pendici della montagna chiedeva quel che ai suoi membri, ma soprattutto alle genti di città, avrebbe fatto comodo. Peatar, il padre, allevava le bestie e coltivava la terra. Ines, la madre, paziente e forte come un mulo, due o tre volte a settimana trasportava e vendeva la merce in piazza, a Rovereto. Siban beerte balt, siban beerte biiza era la profezia secondo cui vivevano: “Sette volte bosco, sette volte prato”. La vita, insomma, era un cerchio. Tutto, alla fine, tornava come era stato, e niente di quello che avevano era dovuto.
(…)
Prese un respiro, osservando la stanza. Il vetro della finestra, spaccato in due, la osservava minaccioso, come una torre aguzza, e la parte tagliente era stata coperta con uno straccio. La fornela c’era ancora, ma qualcuno, in sua assenza, doveva averla usata e aveva lasciato che le fiamme crescessero e si propagassero lungo il muro, mordendo con i loro denti neri la parete. I materassi erano stati ribaltati in mezzo alla stanza, e parevano luridi. Adalina si strinse le braccia. Le era salita la pelle d’oca. Quanti sconosciuti avevano vissuto nel màs durante la sua assenza? Si sforzò di tirare un respiro profondo. Dilatò le narici. Non c’era alcun odore, lì dentro. Il màs, così come lei, pareva non appartenere a nessuno. Forse non ricordava più nem. Forse non ricordava più nemmeno di essere stato della sua famiglia per decenni e decenni, ma, perlomeno, non sembrava essersi venduto ad altri.
Fece un passo indietro. Doveva prendere un po’ d’aria. Uscì a controllare la piccola stalla. Trovò spalancato l’antico portone, su cui erano incise le date di nascita delle generazioni del nonno e del bisnonno prima di lui. Il pavimento, di solito ricoperto di fieno, era tutta una poltiglia mista di fango, altre lattine e un tappeto di mozziconi di sigaretta … Ora toccava a lei darsi da fare. Si mise ginocchioni. Affondò le unghie nel terreno e cominciò a scavare. Da qualche parte, nella pancia di quella sua terra, dovevano esserci del sale, delle stoviglie, la kaldìara di rame per fare il formaggio, e le poche sementi che, in fretta e furia, la madre le aveva fatto nascondere. Chissà se e quando sarebbe mai riuscita a far ricrescere da quel suolo disgraziato il formentòm.
Caterina Manfrini nasce a Rovereto nel 1996. Consegue gli studi in ambito antropologico in Danimarca e a Bologna. La sua passione per le storie la porta a Londra, dove ottiene un master in Scrittura creativa. Nel 2024 pubblica un romanzo per Einaudi Ragazzi, dal titolo „Cugini“.
„Sette volte bosco“ è il suo esordio nella narrativa.






