1525-2025: cinquecento anni fa le rivolte contadine (14)

L’Archivio della storiografia trentina offre una interessante documentazione di Salvatore Piatti: L’insurrezione contadina del 1525 nel perginese. Una guerra che coinvolge insorti tirolesi, i quali danno vita ad una sorta di costituzione ante litteram, gli “Articoli di Meran “, diffusi in tedesco e in italiano, una carta di grande tensione democratica, con affermazioni anticipatrici di autonomismo. L’espressione tradizionale di guerra rustica per indicare l’insurrezione dei contadini avvenuta nel 1525 nel Trentino può essere fuorviante in quanto si trattò di una ribellione breve e disorganica. La guerra è guidata da un capo o da un comando militare unificato, è un’azione o un complesso di azioni organizzate ed è combattuta da uomini armati. Ma l’insurrezione, o ribellione, del 1525 nel Trentino non aveva un capo riconosciuto, non ebbe mai una vera organizzazione e gli uomini che vi parteciparono erano armati solo in via eccezionale; la quasi totalità dei partecipanti avevano quelle armi che oggi si direbbero improprie. Gli storici tradizionali di Pergine e del Perginese o non hanno parlato o ne hanno parlato solo sbrigativamente e non sempre con esattezza.
Prete Andrea non era un prete tanto cattivo se, prima l’autorità comunale di Pergine e poi il Cleser l’avevano scelto come loro pastore. Al processo contro Francesco Piloni i testi dissero che prete Andrea era molto amico del Cleser (Spata), che i due si incontravano tutti i giorni perché avevano le stesse idee politiche (Spizer), che il Cleser mangiava spesso da lui in canonica (Crivelli), che se qualcuno criticava il prete, il Cleser lo difendeva (Tonchel), che il Cleser ascoltava le prediche rivoluzionarie di prete Andrea stando in coro (Scutelli), che nel periodo in cui si aspettavano i commissari per il giuramento di fedeltà a Ferdinando, tutte le volte che aveva occasione di predicare cercava di persuadere gli uomini a non giurare fedeltà (Spizer), che era un insolente e aveva una lingua avvelenata (lingua pestifera), che quasi tutti i giorni andava sul pulpito di s. Maria e predicava contro i superiori e i nobili, che cercava di persuadere i contadini a non giurare in quanto i commissari volevano ingannarli (Scutelli), che predicava anche in tedesco e affermava che i pesci grossi mangiano i pesci piccoli (Tonchel), che con la sua predicazione non faceva che seminare discordie fra la gente (Crivelli).
Pastoralmente questo sacerdote non sembra quindi una guida ideale, ma bisogna tener presente che i testimoni parlarono male di prete Andrea soprattutto per colpire il suo amico Francesco e quindi non si deve prendere tutto come verità assoluta. È un fatto però che, quando l’insurrezione cominciò a prendere una brutta piega, prete Andrea fuggì da Pergine portando con sè dalla canonica tutto quello che poté. Questi beni non furono mai ricuperati in quanto nessuno seppe dove egli andò a finire.
Non lo si può rimproverare per la fuga perché, se fosse rimasto a Pergine avrebbe forse corso il rischio di finire ammazzato come prete Francesco Menghini in val di Non, ma i perginesi ne chiesero conto al Cleser che aveva fatto sigurtà a prete Andrea, e fu in quest’occasione che, secondo una voce che girava in Pergine raccolta da Martino, macellaio, e riferita ai commissari. Francesco avrebbe detto che piuttosto di sborsare un solo quattrino per questo motivo, avrebbe appiccato fuoco alla canonica; ma si sa che da arrabbiati si dicono cose che non si pensano realmente o che, ad ogni modo, non si fanno. (continua)






