Musei del Tirolo: Tibetani in esilio

Il progetto fotografico „Tibetani in esilio – Identità e resistenza di un popolo“ è dedicato alla realtà e alla causa del popolo tibetano ed al suo esilio, iniziato nel lontano 1959 con l’invasione cinese del Tibet, e si immerge nell’esperienza commovente degli esuli tibetani, comunità che affronta quotidianamente la dura realtà di vivere lontano dalla propria terra.
Attraverso i loro ritratti e racconti, raccolti tra le comunità tibetane in India e in Nepal, la fotografa Paola Marcello cerca di dare voce a coloro che portano il peso di un esilio imposto, esplorando le difficoltà e le speranze di una vita vissuta in un ambiente estraneo.
La questione tibetana
Quando nel marzo del 1959, dopo la Rivolta di Lhasa in cui persero la vita decine di migliaia di tibetani, il Dalai Lama decise di lasciare il proprio paese e cercare rifugio in India, altri circa centomila tibetani lo seguirono. I profughi tibetani si stabilirono in piccole comunità in Nepal ed India del Nord, ai piedi della catena himalayana, e in insediamenti più consistenti nell’India del Sud, nello stato del Karnataka. Qui ricrearono villaggi e costruirono scuole e monasteri per mantenere vive le proprie tradizioni, la lingua e la religione e preservarle per future generazioni.
Non sapendo quanto sarebbe durato l’esilio, il Dalai Lama si attivò subito per modernizzare il governo della società tibetana istituendo una Costituzione e un Parlamento in Esilio e scindendo, negli anni, il ruolo di leader religioso e politico lasciando quest’ultimo a una figura democratica-mente eletta.
Con le radici nel Buddhismo e ispirato dalla lotta nonviolenta di Mahatma Gandhi che portò l’India all’indipendenza, il Dalai Lama negli anni individuò una proposta di soluzione pacifica alla questione tibetana che traeva ispirazione, fra l’altro, dall’autonomia del Sudtirolo. Indicò non solo una strada per la convivenza di Tibetani e Cinesi all’interno della Repubblica Popolare, ma portò un messaggio all’umanità intera su come vivere in pace con sé stessi, con gli altri e il mondo che ci circonda e ci nutre. La Cina lo ignora a proprio rischio e pericolo e ha fatto di tutto perché nel mondo non lo si sentisse.
Il popolo tibetano si porta dentro questo messaggio e questi valori come vediamo dagli sguardi fissati nelle bellissime foto di Paola Marcello. Che siano di ispirazione anche a noi!
(Günther Cologna, Eurac Research, Bolzano – Associazione Italia-Tibet)
I dimenticati
Chi parla ancora oggi del Tibet occupato dalla Cina dal 1959? In Tibet il regime comunista ha creato nuove realtà sotto la bandiera nazionalista. I cinesi Han, dotati di tutti i privilegi dei “coloni”, costituiscono la maggioranza in Tibet. Reinhold Messner giunge alla conclusione che il Tibet è “pacificato”. Il cuore del Tibet è la base della “Regione Autonoma”, un’etichetta fuorviante per una colonia interna da saccheggiare, mentre il resto dell’area culturale tibetana appartiene ad altre province.
Lo Stato comunista ha trasformato l’ex colonia in un cortile che viene saccheggiato senza pietà. Il Tibet è il modello che la Repubblica Popolare Cinese sta seguendo per distruggere il Turkestan orientale, lo Xinjiang. Anche lì il regime sta attuando con successo una politica di denazionalizzazione e assimilazione. Mentre nel caso del Turkestan orientale continuano ad apparire titoli negativi sui giornali, il Tibet non è più un argomento di discussione. La Cina, potenza economica e militare in forte espansione, è riuscita a sbarazzarsi del Tibet, scomodo, cancellandolo dall’opinione pubblica.
Fin dalla sua fondazione nel 1968, la Gesellschaft für bedrohte Völker – l’Associazione per i popoli minacciati (GfbV) si impegna a favore del Tibet, spesso in alleanza con le iniziative di Free Tibet. La GfbV offre ripetutamente la sua sede e la sua voce nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ai rappresentanti tibetani, nonostante la forte opposizione cinese. Il Dalai Lama e i membri del governo tibetano in esilio hanno utilizzato le piattaforme della GfbV per attirare l’attenzione sul Tibet, ma anche sulla vita dei numerosi tibetani fuggiti in esilio. Fino a 200.000 tibetani vivono in esilio, in Nepal, in India, in Europa, in Nord America, in Australia. Anche questi profughi e i loro discendenti non hanno voce nel coro politico, quindi non vengono ascoltati. Tranne quando una fotografa punta il suo obiettivo sui dimenticati, su coloro che sono caduti nel tempo.
Chi parla del Tibet in esilio? Tra il Sudtirolo e i tibetani in esilio c’è un vivace scambio di idee iniziato nel 1993 dal governatore Luis Durnwalder e proseguito da Arno Kompatscher. La fotografa Paola Marcello lascia invece che siano le sue foto a “parlare”. Ha visitato Dharamsala, il centro politico e culturale dell’esilio tibetano in India, che cerca di rappresentare le istanze tibetane in circostanze difficili. Le possibilità sono scarse, il “Sud globale” nega la solidarietà al Tibet, schierandosi saldamente dalla parte della superpotenza cinese. Paola Marcello ha ritratto i membri della comunità tibetana in esilio in Nepal e a Dharamsala, i cui volti raccontano storie di vita in esilio.
(Wolfgang Mayr, Gesellschaft für bedrohte Völker – Associazione per i popoli minacciati – Bolzano)






