von fpm 21.01.2026 13:30 Uhr

1525-2025: cinquecento anni fa le rivolte contadine (13)

Nell‘ambito delle rivolte contadine che interessano tutta l‘Europa centrale, va ricordata quella del 1525-26, la “guerra dei contadini” guidata da Michael Gaismayr.

elab grafica flavio pedrotti moser

L’Archivio della storiografia trentina offre una interessante documentazione di Salvatore Piatti: L’insurrezione contadina del 1525 nel perginese.  Una guerra che coinvolge insorti tirolesi, i quali danno vita ad una sorta di costituzione ante litteram, gli “Articoli di Meran “, diffusi in tedesco e in italiano, una carta di grande tensione democratica, con affermazioni anticipatrici di autonomismo.  L’espressione tradizionale di guerra rustica per indicare l’insurrezione dei contadini avvenuta nel 1525 nel Trentino può essere fuorviante in quanto si trattò di una ribellione breve e disorganica. La guerra è guidata da un capo o da un comando militare unificato, è un’azione o un complesso di azioni organizzate ed è combattuta da uomini armati. Ma l’insurrezione, o ribellione, del 1525 nel Trentino non aveva un capo riconosciuto, non ebbe mai una vera organizzazione e gli uomini che vi parteciparono erano armati solo in via eccezionale; la quasi totalità dei partecipanti avevano quelle armi che oggi si direbbero improprie. Gli storici tradizionali di Pergine e del Perginese o non hanno parlato o ne hanno parlato solo sbrigativamente e non sempre con esattezza.

Non tutti i perginesi consideravano allo stesso modo l’ufficio di capitano quando elessero il Cleser. Infatti, nell’intenzione dei capi della comunità perginese il Cleser fu scelto come capitano per difendere la giurisdizione di castel Pergine se ce ne fosse stato bisogno e finché fosse durato l’ipotetico pericolo. Ma i contadini pensavano in modo molto diverso e, in concreto, il Cleser si sentiva una specie di capo assoluto al quale era stata affidata la soluzione di tutti i problemi e si comportò conseguentemente. Il primo atto di Francesco Piloni come capitano fu quello di sistemare a modo suo la pieve di Pergine. Si era sparsa la voce nel Perginese, ed era vera, che il preposito della cattedrale di Trento e pievano di Pergine, Gianbattista Baldironi, era fuggito; contro la volontà del gastaldo di Pergine, il Cleser, assieme ai gastaldi esteriori, il sindaco della chiesa, cioè l’amministratore, e il notaio Spata, si portò alla canonica dove abitava prete Andrea, il vicepievano). Entrata pacificamente tutta questa gente nella canonica aperta da prete Andrea, Francesco, in forza della potestà conferitagli dall’esser stato eletto capitano da tutti i perginesi, dichiarò prete Andrea decaduto dall’ufficio di vicepievano e subito, in forza della stessa potestà, consegnò a prete Andrea la pieve di Pergine dichiarandolo pievano a tutti gli effetti.

Perché non mancasse il crisma della legalità, chiamò l’amministratore della chiesa, gli fece estrarre i registri e, sotto controllo del notaio, fu fatto l’inventario dei mobili della canonica, furono consegnati al nuovo pievano e, secondo l’uso del tempo, si chiese un garante. Francesco Piloni si rese garante dei beni consegnati a prete Andrea e il notaio Spata rogò l’atto giuridico.

Naturalmente questo metodo non era ortodosso, non era secondo le leggi e le tradizioni che regolavano la successione ecclesiastica a Pergine ma solo conforme a quelle aspirazioni che troveremo espresse nella Dieta contadina di Meran. Al processo il vicario lo fece notare ai commissari arciducali quando scrisse loro che il Cleser aveva agito temerariamente (ausu temerario), in pregiudizio e disprezzo del serenissimo conte del Tirolo al quale spettava pieno iure il diritto di iuspatronato. (continua)

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