von mas 03.01.2026 18:30 Uhr

Un Libro al Mese: „La carezza della cometa“

Una catastrofe si abbatte sulla Terra e in pochi istanti spazza via la vita dal pianeta. Ma non completamente: fra le nostre montagne, un gruppo di superstiti cerca il modo di sopravvivere. Per farlo, deve riscoprire saperi antichi ma soprattutto comprendere il significato più profondo della parola „comunità“.  Ecco oggi il primo estratto dal libro  „La carezza della cometa“ di Giuseppe Salemi: „Fece il giro del paese suonando ripetutamente il clacson,  urlando a squarciagola, ma la risposta era sempre un angosciante silenzio. Tornò a casa sua. Prese una bottiglia di vino, si sdraiò sul letto e, finalmente, pianse.“

Stefano

Stefano stava leggendo il giornale in soggiorno quando sentì un tonfo provenire dalla cucina. Capì subito che Anna era caduta e si affrettò a soccorrerla ma, in ginocchio accanto a lei, cercandone il battito, non poté fare altro che permettere ai propri occhi di gonfiarsi di lacrime: se ne era andata, questa volta per sempre. Sapevano entrambi che prima o poi sarebbe successo. Anna alternava mesi di relativo benessere ad altri in cui era costretta a letto dalla chemioterapia. In due anni il suo corpo si era rinsecchito e i suoi occhi avevano perso il brio di un tempo ma la dolcezza del suo cuore non era mai cambiata.

Stefano prese il cellulare e chiamò la cognata ma non ebbe risposta. Provò con Marco, il cognato, e poi con i nipoti ma nessuno rispondeva e questo lo inquietò. Pensando a qualche guasto alle linee telefoniche decise di andare a casa dei cognati, poco distante dalla loro. Qualcuno avrebbe trovato. Capì la gravità di quanto stava accadendo non appena uscito dalla palazzina: sul vialetto interno del residence dove abitavano giacevano corpi di persone che fino al giorno prima salutava, con cui si fermava a chiacchierare, occhi che sorridevano e a cui lui sorrideva. Cosa mai stava succedendo? Esaminò i visi delle tre persone a terra e la sua esperienza di medico lo convinse di una morte improvvisa, non dolorosa: nessuna smorfia, nessun terrore negli occhi. Anche Anna allora… L’orrore, ora, lo provava lui. Sulla trafficata strada principale la situazione si presentò per quella catastrofe che era: nessuno in piedi, nessuno in movimento, qualche macchina uscita di lato e molte altre in una coda che sembrava infinita. Nessun clacson, nessun altro rumore. Se fosse stata un’emergenza locale avrebbe sentito sirene di ambulanze, elicotteri volare e invece solo il silenzio riempiva le orecchie.

(…)

Nel vortice di pensieri che affollavano la sua mente se ne affacciò uno abbastanza razionale: non sarebbe rimasto in città. Era la casa del dolore. Sarebbe salito in montagna, nella casa delle vacanze, lì dove avevano trascorso sempre giorni felici, dove avevano deciso che sarebbero invecchiati. Passò il pomeriggio preparando un borsone con ciò che avrebbe portato con sé (…)  Uscì di casa e tornò sulla strada principale, la farmacia distava solo qualche centinaio di metri e stava ormai arrivandoci quando senti il rumore di un’automobile che si fermò davanti alle vetrine, una giovane scese e corse verso l’ingresso.

«Ehi ragazza!» gridò.

 

Ornella

Quando nel negozio clienti e colleghi cominciarono a cadere a terra,  Ornella sentì un’onda di terrore scendere dal cervello alle gambe. Rimase paralizzata, incapace di qualsiasi movimento: pensò al gas, a un attentato terrorista e non si capacitava di essere, lei, ancora viva. Provò, tremante, a soccorrere la sua collega ma, gli occhi spalancati e l’assoluta inerzia la convinsero che era morta. Fuggì dal negozio. Fuori la scena cambiava poco: nessuno era in piedi, nessuno chiamava, nessun lamento nell’aria, solo corpi inanimati sparsi alla rinfusa ovunque. Le venne da piangere e da urlare e non sapeva cosa fare e dove andare. Pensò di tornarsene nell’unico posto che poteva in qualche modo darle sicurezza: casa sua. Vista una bicicletta a terra non si fece problemi a rimetterla in piedi e a pedalare veloce verso casa. Ci arrivò in venti minuti, sudata e col fiatone, si chiuse la porta alle spalle e fece fare due giri alla chiave quasi a voler riaffermare la sicurezza del suo nido. Non aveva chiaro come comportarsi, cosa fare. Solo una dolorosa confusione in testa. Un lampo nella mente le suggerì di salire a casa di papà distante più o meno 60 km, lì almeno conosceva perfettamente la città e i dintorni e avrebbe saputo muoversi meglio, organizzarsi. Non avendo né patente né automobile aveva già deciso che avrebbe usato la bicicletta e questo comportava almeno cinque ore in sella, se tutto filava liscio (…)

Mentre pedalava la sua mente era in tumulto. Le immagini si rincorrevano con crudeltà ed erano tutte molto dolorose. Cercò di staccarsene pensando al tragitto e vedendo indicazioni per l’autostrada le sembrò ovvio optare per il percorso più breve e meno impegnativo. Lasciò la statale e imboccò l’A22. Ci vollero solo poche centinaia di metri per capire che non sarebbe stato facile come aveva pensato: la sede stradale era quasi interamente occupata da mezzi pesanti, molti fermi in una fila quasi ordinata ma tanti altri erano rovesciati. Era perplessa ma continuò facendo slalom fra gli automezzi. Ogni tanto la strada era libera per qualche chilometro poi il groviglio ricominciava ma, fino a quel punto, le era riuscito di passare senza dover scendere dalla bici. Continuò così per quasi due ore fino a quando, giunta a metà della discesa dopo Affi, si dovette fermare davanti a una montagna di autotreni che occupavano entrambe le direzioni di marcia. Trovò una stradina sterrata che portava verso il fiume, la percorse ed arrivò ad una via asfaltata sull’argine. La segnaletica orizzontale le suggerì fosse una pista ciclabile e dopo un po’, trovando cartelli di indicazione chilometrica, ne ebbe la conferma  (…)

Andiamo a fare la spesa! Si disse avviandosi verso il centro di Avio. Entrando in paese avvertì uno strano suono  un prolungato e triste guaito proveniva da un porticato alla sua destra. Si avvicinò curiosa, vide un corpo immobile e alcuni batuffoli scuri: una mamma con i suoi piccoli, uno solo dei quali si muoveva. Lo raccolse e lo accarezzò con dolcezza, la commozione le strozzò la gola. Era il primo essere vivente che vedeva dalla mattina, un barlume di speranza nel buio più cupo (…) Trovare Charlie le aveva dato la certezza che non era sola, che altri, come loro, erano certamente sopravvissuti e che, passato lo sgomento, una vita fosse ancora possibile. Già, ma quale vita? Pensò al suo passato, momenti felici e momenti tristi le provocarono commozione. Poi la stanchezza ebbe il sopravvento e, finalmente, si addormentò.

Al risveglio ebbe subito chiaro che non avrebbe potuto portare Charlie in bicicletta. Avrebbe cercato un’automobile, sapeva guidare! Sotto una pergola c’era una Panda e per lei e il cucciolo andava più che bene. Era a una ventina di km da Rovereto, se tutto fosse andato bene alle 10 ci sarebbe arrivata.

. Charlie cominciò a piagnucolare poco dopo la partenza. Aveva fatto una cavolata a nutrirlo con cibo per cani adulti, che era troppo piccolo. Come aveva fatto a non pensare di dargli del latte? Che stupida! Devo trovare una farmacia … . Aumentò la velocità e in breve raggiunse la città. Parcheggiò davanti alla croce verde che cercava, uscì di corsa dalla macchina e nel momento stesso in cui metteva la mano sulla maniglia sentì una voce:

«Ehi ragazza!»

Andrea

Entrò nel rifugio cantando, ma smise subito: Mario giaceva a terra e non dava segni di vita. Cercò il battito ma non lo trovò. Era morto e lui non poteva fare altro che avvisare i famigliari.Compose sul cellulare il numero di casa di Mario, ma nessuno rispose. Chiamò per avvisare i suoi genitori che avrebbe tardato ma anche da casa non ebbe risposta. Cominciò ad innervosirsi.

Un pensiero orribile si affacciò nella sua mente. Uscì in fretta e guidò velocemente verso il paese. Lungo la strada numerose persone giacevano immobili sul marciapiede. Fermò la macchina davanti a casa lasciandola in mezzo alla via. Salì le scale di corsa chiamando con voce disperata i genitori ma già sapeva ciò che avrebbe trovato. I due corpi erano in cucina, papà accasciato sul tavolo e mamma riversa davanti alla stufa. Urlò come un pazzo ma nessuno poteva sentirlo.

Scese in strada in preda alla confusione, risalì sul pickup e fece il giro del paese suonando ripetutamente il clacson, a volte scendendo dal mezzo ed urlando a squarciagola, ma la risposta era sempre un angosciante silenzio. Tornò a casa sua. Prese una bottiglia di vino e bevve il primo bicchiere con avidità. Si portò il resto in camera sua, accese lo stereo e mise sul piatto Led Zeppelin II. Alzò il volume, si riempì nuovamente il bicchiere e si sdraiò sul letto. Lasciò che la musica scendesse in lui con il vino e, finalmente, pianse.  La mattina dopo si svegliò intontito, la bottiglia vuota sul comodino spiegava tutto. Spalancò la finestra e guardò in strada sperando di vedere qualcuno ma tutto era come la sera precedente. Era arrabbiato con la vita e con sé stesso. Pensò al fucile da caccia di papà, a un colpo secco.

Cos’era successo? Non aveva risposte logiche, solo l’evidenza: telefono, radio e televisione non davano alcun segnale, quindi, non era un fatto che riguardava solamente la zona in cui si trovava, era una catastrofe diffusa e non sapeva a che livello. Lui era vivo, anche altri dovevano esserlo, lo suggeriva la logica. Come fare a confermare questo pensiero? La radio! La ricetrasmittente che usava Mario al rifugio. Se qualcuno era vivo e lucido era il solo canale che avrebbe potuto usare! Doveva tornare su.  

(…)

Per due giorni, tra le otto e le dieci di sera, restò in ascolto cambiando lentamente la frequenza ma senza nessun risultato. La terza sera, alle nove precise, sentì una voce che lo fece agitare come un bimbo davanti ai regali di Natale: «A tutti in ascolto, a tutti in ascolto qui Geolab, mi sentite? Passo.»

Fu così che conobbe Sergio.

Chiara

La certezza di non essere solo gli ridiede parte di quella forza che aveva perso negli ultimi giorni. Sergio gli parlò della stessa disperazione che li aveva accomunati nel pensarsi soli e dei rari contatti che era riuscito a stabilire. Gli riferì quel poco che aveva saputo, via etere, da alcuni colleghi francesi: la catastrofe interessava il mondo intero (…)

Decine di domande affollavano la sua mente. In quanti erano sopravvissuti? Che rischi correvano? A parte negozi e magazzini a quali risorse dovevano puntare? Come potevano organizzarsi? Quanto avrebbe pesato la presenza di miliardi di cadaveri sia umani che animali sulla possibilità di rimanere sani? Energia elettrica e gas per quanto avrebbero funzionato? Sapeva che per tutte quelle domande, né lui né Sergio, avrebbero avuto risposte ma sentiva la necessità di condividere con qualcuno tutti i suoi dubbi e tutti i suoi timori.

(…)

«Andrea, c’è una cosa che devo dirti. C’è un’altra persona con cui parlo nella tua zona ... E’ una ragazza. Si trova dalla parte opposta del Trentino rispetto a te, si chiama Chiara e sta vivendo giornate di paura. Le ho già parlato di te ed era sollevata all’idea di poter avere qualcuno vicino. Ti ho dipinto quasi perfetto quindi non farmi fare brutte figure.» Rise.

«Non ti insulto perché sei un vecchio rimbambito! Dimmi dov’è!»

«Ragazzino, abbi rispetto! Quando ci incontreremo ti riempirò di botte! Comunque, è a Castel Tesino, vicino al palazzo comunale. Ti voglio bene ragazzo, qualunque cosa tu faccia usa la testa!»

«Ti voglio bene anch’io vecchio caprone! Quando ci incontreremo, dopo che mi avrai riempito di botte, come promesso, ricordami di offrirti una birra!»

(…)

Andrea preparò lo zaino, poi passò da casa sua a prendere il casco. Aveva deciso che procedere con la moto sarebbe stato più veloce e più semplice il destreggiarsi fra i probabili ingorghi di automobili che avrebbe trovato sulla strada. Temeva soprattutto il passaggio dei tunnel. Per arrivare a Trento ne doveva superare diversi e se li trovava ostruiti sarebbe stato un fastidioso problema che lo avrebbe costretto a percorsi alternativi allungando a dismisura chilometraggio e tempi. A conferma di ciò che temeva fin dalla prima galleria due autocarri bloccavano il passaggio ma fortunatamente la strada vecchia, adibita a ciclabile, gli permise di aggirare l’ostacolo. Proseguì spedito fino a Cadine e abbastanza agevolmente fu in vista di Trento.

Il panorama della città dall’alto lo turbò parecchio: numerosi incendi avevano formato una scura cappa di fumo, alte fiamme si levavano da alcuni edifici, sembrava un inferno, una città morente dopo un bombardamento. Provò amarezza e paura e la sua visione ottimistica del futuro fu messa a dura prova. Riprese pensieroso il suo viaggio.

Non trovò ostacoli e a Castelnuovo deviò cominciando la salita per Castel Tesino. Ci arrivò in neanche mezz’ora e dirigendosi verso il campanile trovò il palazzo del Comune. Suonò il clacson e dopo pochi istanti si sentì chiamare:

«Andrea sono qua.»

Pochi metri più avanti una graziosa ragazza agitava la sua mano. Lasciò la moto sulla strada e si avvicinò togliendosi il casco.

«Ciao Chiara.»

La gioia di non essere più soli li portò istintivamente ad abbracciarsi cercando, l’uno nell’altro, quel conforto e quel calore di cui sentivano il bisogno.

„La carezza della cometa“ è un libro che sorprende e commuove. Giuseppe Salemi  (NdR: padre siciliano e madre di Mori) racconta la fine del mondo non come uno scenario di distruzione, ma come un punto di partenza: un’occasione per riscoprire cosa significa essere umani.

L’ambientazione sull’arco alpino, descritta con realismo e poesia, diventa lo specchio perfetto della fragilità e della forza dei suoi protagonisti, superstiti in un mondo svuotato ma ancora capace di speranza.  La scrittura è limpida, intensa, e riesce a fondere tensione narrativa e introspezione con naturalezza. Non ci sono eroi, ma persone vere, con paure, dolori e desideri che ci appartengono.

È un romanzo che parla di comunità, di solidarietà, di rinascita. E ci ricorda che anche nel silenzio della distruzione può brillare una scintilla di bellezza, quella che l’autore chiama, con dolcezza e potenza, la carezza della cometa.

(…)

La bella recensione di Cristiana Pezzotti dice davvero tutto su questo libro, chelascia il segno e fa riflettere a lungo dopo l’ultima pagina„.  Se a questo aggiungiamo il fatto che  il racconto è ambientato proprio qui, fra le nostre montagne, i nostri paesi, le nostre città, ai nostri lettori non  resta altro da fare che scoprirlo per intero.

„La carezza della cometa“ può essere acquistato online, anche in formato eBook.

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