La storia del Südtirol nella letteratura (8)

Eva Klotz è stata consigliera comunale e poi provinciale a Bozen. Impegnata per la riunificazione di Nord e Südtirol che, come è noto, per gli italiani è invece l’Alto Adige. Ma Eva Klotz è anche figlia di un Freiheitskämpfer, un combattente per la libertà del Südtirol, un patriota per molti tirolesi e molti austriaci: Georg Klotz. In quella provincia che si decise di chiamare Alto Adige fra il 1956 e il 1966 vi furono oltre 300 attentati dimostrativi dei combattenti per la libertà del Südtirol a centrali elettriche, tralicci, stazioni ferroviarie. Rimane su quei fatti anche l’ombra della tortura praticata dai carabinieri italiani. Accusa rilanciata più volte anche negli ultimi anni secondo cui la prima vittima fu Franz Hoefler, di 28 anni di Lana; arrestato per la «Feuernacht», la notte dei fuochi dell’11 giugno 1961, morì all’ ospedale secondo gli Schuetzen «in seguito alle torture subite nella caserma dei carabinieri e in carcere». Dopo di lui, altri 44 patrioti sudtirolesi denunciarono poliziotti e carabinieri per pestaggi e torture. Ma i 19 agenti, mandati sotto processo, furono assolti a Trento nel 1963, e anzi ottennero encomi e riconoscimenti dal governo italiano mentre lo stesso anno a Milano 91 sudtirolesi, «combattenti per la libertà» vennero condannati a 431 anni di carcere. Un altro punto dolentissimo è che nessun governo italiano si sia mai pubblicamente scusato per i molti delitti del fascismo in Südtirol.
Eva Klotz scrive quindi un grande libro: «Georg Klotz una vita per l’unità del Tirolo». Emerge con chiarezza non solo la grande umanità e l’amore disinteressato per suo padre, per la libertà e i diritti dei popoli, ma anche il clima da “guerra sporca” (torture, squadre della morte…) che negli anni Sessanta prefigurava la futura “strategia della tensione” e le stragi di Stato (Piazza Fontana, Brescia, Italicus…). È probabile che anche il Südtirol (come l’Irlanda del Nord e il Paese Basco) sia stato un “laboratorio repressivo” di sperimentazione politico-militare nei confronti di una comunità non riconosciuta. Non sarebbero mancate infiltrazioni e strumentalizzazione da parte dei servizi segreti e Georg Klotz ne era consapevole: “Dopo i tragici avvenimenti della notte tra il 6 e il 7 settembre 1964, quando Luis Amplatz venne assassinato dall’infiltrato e rinnegato Christian Kerbler” ricorda Eva, “mio padre si era reso conto di “trovarsi ormai circondato”. Era sicuramente “consapevole della presenza di spie”, ma non avrebbe mai pensato che vi potesse “essere un traditore su tre persone riunite”. Mio padre morì nel gennaio 1976 e nel dicembre dello stesso anno Kerbler venne arrestato in Gran Bretagna. Chissà, forse dopo la morte di Georg si era “rilassato”, aveva abbassato la guardia. Nonostante la formale richiesta di Londra, sia l’Italia che l’Austria non ne chiesero l’estradizione e alla fine Kerbler venne rilasciato facendo perdere definitivamente le tracce. Evidentemente nessuno voleva un processo da cui potevano emergere aspetti non chiari dell’operazione del settembre 1964. Quindi, pur non conoscendo tutti i retroscena, possiamo intuire quale sia stato il ruolo dei servizi segreti. Nel caso di mio padre, non escludo accordi intercorsi per eliminare una figura ormai “scomoda” non solo per Roma”.
Il libro è una biografia profondamente personale e toccante: Eva Klotz, racconta la vita del padre, scandita da impegno politico, sofferenza e spirito patriottico. Fin da bambino nel villaggio di Walten, Georg deve confrontarsi con la repressione fascista, e la sua esperienza formativa lo spinge, una volta adulto, alla lotta per l’autonomia e l’unità del Tirolo. Negli anni ’60, Georg si trasforma in figura scomoda per lo Stato: viene perseguitato, tradito, gravemente ferito, ma non cede mai ai suoi principi.
Il suo ideale — la riunificazione del Tirolo — resta in larga parte irrealizzato, e la sua vita si conclude in solitudine, nelle montagne, con una morte prematura ma carica di simbolismo. Il valore del volume sta anche nell’unione fra la dimensione storica e quella affettiva: non è solo la vita di un “combattente per la libertà” ma la storia di un padre vista con gli occhi della figlia. Questo punto di vista conferisce autenticità.
La scrittura è chiara e avvincente, sostenuta da dati storici (arresti, esili, conflitti segreti) ma anche da momenti intimi, narrativi, che avvicinano il lettore a un uomo tormentato ma idealista. Non serve essere esperti di storia tirolese per apprezzare la biografia: il contesto politico viene spiegato con sufficiente chiarezza, rendendo il libro accessibile anche a chi non conosce a fondo il tema dell’autodeterminazione sudtirolese. (continua)






