von fpm 11.11.2025 18:00 Uhr

La storia del Südtirol nella letteratura (5)

Alcune riflessioni sul rapporto tra storiografia e letteratura nel territorio del Südtirol, che riprendono quanto trattato in Storiografia e letteratura: parallelismi, differenze e scambi di ruoli.

Elab grafica Flavio Pedrotti Moser

Nel saggio Storiografia e letteratura: parallelismi, differenze e scambi di ruoli, pubblicato nel volume a cura di Alessandro Costazza / Carlo Romeo, Storia e narrazione in Südtirol, Edizioni alphabeta, Merano 2017, vi sono spunti e considerazioni utili ed interessanti all’esplorazione di un percorso talvolta poco perlustrato. La letteratura si confronta con i punti più oscuri della storia ufficiale, cercando non tanto di offrire delle risposte, quanto piuttosto di porre delle domande, di insinuare dei dubbi. E proprio il fatto che la sua libertà non sia assoluta, perché i fatti storici costituiscono in un certo senso dei “paletti”, a cui la letteratura deve attenersi, costituisce per gli autori non solo un “ancoraggio” alla realtà delle storie narrate, bensì soprattutto una sfida e uno stimolo. Vale quindi la pena di mostrare almeno alcune delle strategie narrative messe in atto in alcune delle più importanti opere letterarie a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso che hanno per oggetto la storia del Südtirol.

Nel romanzo Der Schmerz der Gewöhnung (2002; trad. it. Il dolore di cambiare pelle, 2005), Joseph Zoderer torna a confrontarsi con la storia del Südtirol, adottando nuovamente la narrazione in prima persona. In questo caso, però, il punto di vista risulta fortemente decentrato, sia sul piano geografico che temporale. L’io narrante, infatti, scrive dalla Sicilia, all’estremo sud dell’Italia, poco prima della morte e alla fine del secondo millennio. Attraverso un flusso di memoria non lineare, che intreccia epoche diverse della propria esistenza e alterna ricordi autentici a riflessioni e fantasie, il protagonista cerca di comprendere le radici di una profonda e irrisolta estraneità, rappresentata simbolicamente da un tumore cerebrale. Per affrontare questa ricerca interiore, si confronta non solo con la moglie, ma soprattutto con la figura del suocero, un ex gerarca fascista originario della Sicilia e trasferitosi in Südtirol durante il regime.

È proprio grazie a questa prospettiva “dislocata” — uno sguardo dal Sud sul Nord — che la letteratura si apre alla possibilità di comprendere anche le “ragioni del nemico”, secondo una formula cara a Claus Gatterer.

L’intero romanzo si configura così come un esercizio di autoanalisi lucida e spietata, che conduce il protagonista a riconoscere, dentro di sé, tracce profonde del fascista e del razzista, lasciando emergere le contraddizioni più scomode della propria identità. (continua)

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