Un libro al mese: L’allegra agonia del Trentino – 3

Miserie nascoste
Sanno loro, egregi signori, che ci sono centinaia e centinaia di famiglie le quali hanno perduto tutto, e non hanno più nulla, nulla, nulla? Sanno che, ritornate dall’esilio o dalla de portazione, non hanno più trovato in casa (se pur hanno trovato la casa!) nè un lenzuolo, nè un fazzoletto, nè una forchetta, nè una sedia? Sanno che non possono più contare nè sui risparmi affidati alle Banche, nè su quelli deposti nelle Casse di risparmio postali, nè su quelli accumulati per le assicurazioni sulla vita, nè su quelli inyestiti in prestiti garantiti prebellici, o fatti forzatamente durante la guerra?
Di tutte codeste miserie nascoste, di tutti questi dolori pudibondi, di tutte queste rovine non palesi, sanno nulla lor signori? E sanno che se al miliardo e mezzo di danni di guerra già ricordati, si aggiungono questi altri danni, si scopre che il Trentino ha avuto dalla guerra due miliardi e duecento trentacinque milioni di danni? E sanno che per alleviare tutta codesta immensa miseria non si è fatto ancor nulla, oltre le promesse e le buone parole? Tutto ciò è ignorato da lor signori?
Il cambio della corona
Il primo errore nella questione della valuta commesso dal nostro Governo, il primo danno causato in questo campo al Trentino, fu il cambio della corona. „Quando – scriveva il prof. Giovanni Lorenzoni il 30 luglio 1919 – ai primi di novembre 1918 le armate liberatrici entrarono nel Trentino e nella Venezia Giulia, l’aspettazione generale era che il Governo considerasse, agli effetti della valuta come ad ogni altro effetto, gli italiani redenti alla stessa stregua degli italiani regnicoli, come fece la Francia, la quale aveva nel dicembre 1918, subito dopo la sua occupazione dell’Alsazia-Lorena, parificato il marco al franco, tanto per la valuta che per i depositi, e per tutti i contratti, in tutto il territorio alsaziano lorenese, nel quale contemporaneamente il marco cessava di aver corso legale. Per la Francia, l’Alsazia e la Lorena non erano territori di conquista, ma territori liberati, da trattarsi come gli altri territori francesi. Per qual ragione l’Italia non abbia seguito questo concetto, noi non sappiamo.“
Sino dal 6 novembre 1918 (tre giorni dopo la liberazione) un valente e probo funzionario già austriaco, e restato a Trento, avvertì le autorità civili e militari che vi tenevano allora il sommo potere, che occorreva procedere immediatamente al ritiro e stampigliature di tutte le Banconote e titoli austriaci restati in paese; e si sentì rispondere che … c‘era tempo e che per allora c’era altro da pensare. Due
giorni appresso, l‘ 8 novembre, autorevoli persone trentine richiamarono a Roma l’attenzione di ministri e di direttori generali sullo stesso quesito, e si sentirono rispondere che … c’era tempo e che per allora c’era altro da pensare. C‚erano le auguste visite, i manifesti, i telegrammi, gli applausi, i fiori, gli allori, i brindisi, le bandiere, i gagliardetti ; tutte cose doverose e sante, alle quali io m’inchino commosso e reverente, pur pensando però che esse non dovevano far dimenticare le questioni dalle quali doveva dipendere la futura vita del paese.
Che fece invece il Governo italiano, che come andò alla guerra non preparato alla guerra, così giunse alla pace non preparato alla pace? Per dieci giorni non fece nulla; e quello fu il carnevaletto dei fedeloni, dei poliziotti, dei gendarmi, degli ingrassatisi durante la guerra, i quali ebbero tutto il tempo di trasformare alla pari le loro corone in lire; e poi un bel decreto del Comando Supremo stabilì che la corona  nelle provincie redente valeva 40 centesimi, e seguitava ad avere, a questo tasso, corso legale. Gli impiegati continuavano a venir pagati in corone; i consumatori nella loro grande maggioranza non possedevano che corone; ed intanto gli esercenti (csi affrettarono a far pagare 2 lire, e cioè 5 corone, l’oggetto che prima valeva 2 corone.
Questo fu il primo atto della tragicommedia; ed il secondo è rappresentato dal bando 5 aprile 1919 del Comando Su premo, il quale sgombra la scena dalle corone austriache, e stabilisce che unica moneta legale entro la linea d’armistizio è la lira; le corone avrebbero potuto venir cambiate fra il 1 ° ed il 19 aprile a 40 centesimi di lira. L’impressione per simile disposizione del Governo, fu in tutto il Trentino, disastrosa; ed il curioso si è  che qualche illustre personalità a Roma si meravigliò perchè i Trentini non fossero soddisfattissimi, e quasi quasi non impazzissero dalla gioia.
L’errore fondamentale consisteva nel non aver mai voluto fare le dovute distinzioni fra valuta, e cioè danaro circolante, e credito. Nel Trentino i crediti sono (od erano, perchè ora in gran parte sono sfumati) rappresentati da depositi a lunga scadenza, cioè da veri e stabili risparmi accumulati, soldo per soldo e giorno per giorno, negli istituti di credito. Tali risparmi, che erano di circa 300 milioni di corone prima della guerra, aumentarono, durante questa, sino a 400 milioni. Ora il decreto dal 5 aprile 1919, che riduceva la valuta del 60 per cento anche per tutti i crediti, fu una vera dispersione, una crudele distruzione di capitale, e non già un riassetto della circolazione.
Sarebbe stato almeno necessario il distinguere fra i depositi fatti prima della guerra e quelli durante la guerra. Questi ultimi rappresentavano in parte guadagni accumulati in breve tempo e realizzati con prezzi di strozzinaggio, e per essi la perdita del 60 per cento non sarebbe stato atto d’ingiustizia; ma fu un atto di vera ingiustizia la perdita enorme del 60 per cento imposta a tutti i creditori, perchè tale misura colpiva colla stessa misura i nuovi ricchi della zona non devastata ed i poveri profughi tornati alle rovine dei propri paesi col piccolo peculio racimolato con tante fatiche e tanti stenti, il Trentino evacuato ed il Trentino non evacuato, dando tutto il guadagno a chi aveva saputo fare dei debiti e tutte le perdite a chi aveva saputo fare dei risparmi.
„Onorevole Signore, mi prendo la libertà di inviarle in omaggio un mio opuscolo sulle tristi condizioni del Trentino e Le sarò molto grato se avrà la cortesia di prestargli la di Lei attenzione e di interessarsi di questa povera regione troppo dimenticata„
Così scriveva Ottone Brentari, nell’inviare a destra e a manca il testo della sua „conferenza tenuta a Milano il 12 giugno 1920 per iniziativa della Lega Nazionale Italiana“. Finita la conferenza, che destò molta impressione e fu vivamente applaudita, venne approvato un ordine del giorno che, fra l’altro, chiedeva che il governo italiano „uscendo da un’inerzia che dura da quasi venti mesi dal giorno dell’auspicata redeneione, affretti il decreto d’annessione“ e renda quindi possibile in tempi brevi „una legge che ripari tante rovine palesi e nascoste, e renda possibile la rapida resurrezione del Trentino redento.“
Il testo della conferenza di Brentari è oltremodo „illuminante“: vale la pena leggerlo, per capire quello che i nostri nonni e bisnonni dovettero affrontare, una volta „redenti e riuniti all’Italia„.
L’opuscolo è disponibile in poche biblioteche del territorio provinciale (Ala, Arco, Comano, e in diverse sedi a Trento e Rovereto), solo per consultazione e non in prestito. Il testo è però reperibile online.






