Riqualificazione di un Palazzo desueto

Lo spirito generale asburgico sia nell’architettura che nell’arte in genere a metà dell’800 potrebbe essere riassunto in innovazione, liberalismo ed eclettismo. La prima generazione della Scuola di Storia dell’Arte di Vienna e i suoi leader liberali, come il suo fondatore, Rudolf Eitelberger von Edelberg, vivendo in un Impero multinazionale e in rispetto delle diverse nazionalità fecero ricorso a differenti stili artistici (ad esempio il progetto della Ringstraße di Vienna era basato sia su un legame simbolico con il passato (Antichità, Medio Evo e Rinascimento) sia sull’uso funzionale delle nuove tecniche ingegneristiche). Si trattava della stessa combinazione tra “arte come filologia” e tecniche artistiche che la Scuola di Vienna, sotto Eitelberger, aveva posto a base della propria attività.
Eitelberger era desideroso di far sì che la Scuola di Vienna lavorasse sui monumenti artistici all’interno di tutto l’Impero, apprezzandone pienamente le somiglianze e le diversità tra loro. A testimonianza di ciò, fra le altre cose, basti ricordare la decisione di pubblicare (fra 1858 e 1860) il corpus in due volumi dei Mittelalterliche Kunstdenkmäler des österreichischen Kaiserstaates (Monumenti medievali dell’Impero Austriaco). Il volume I includeva sezioni dedicate non solo all’Austria e all’Ungheria, ma anche a Praga e alla Boemia, all’Istria, al Friuli e a Trento. Per quanto riguarda il Palazzo delle Poste di Trento inizialmente costruito nel 1512 era un Palazzo rinascimentale della famiglia Prati che dopo 300 anni, nel 1830, venne venduto ad una SpA che lo trasformò in zuccherificio. Poi pochi anni dopo nel 1845 a causa di un incendio rimase abbandonato… Nel 1888 fu convertito nel palazzo postale asburgico su progetto dell’architetto viennese Setz che non tradì le origini rinascimentali del palazzo conferendogli un’estetica neorinascimentale con aspetti neogotici come era diffuso nell’Impero.
Poi arrivarono gli italiani e lo demolirono per dare quell’orribile aspetto coloniale. Il razionalismo a cui tanti si riferiscono cercando di difendere lo scempio non è che scivolare sugli specchi perché in forte contrasto con l’architettura della città che aveva altro aspetto. Infatti, la cosiddetta razionalità (fascista) decise di perpetrare lo scempio nel cuore di Trento, soprattutto il centro storico per dare continuità e sfornare altri scempi come l’attuale piazza Cesare Battisti (ex Littorio) vomitevole spazio “coloniale”. Architettura che stride con altri palazzi che fortunatamente non riuscirono a demolire e sostituire…
Volevano, evidentemente, distruggere il più possibile richiami asburgici per dare a Trento un’italianità che non voleva né aveva. Ora, il progetto proposto per la riqualificazione (che necessita urgenza se non altro per ridare tono estetico a quell’angolo del centro storico ormai sfregiato), pare non discosti di molto dalla scatola vetusta del ventennio. E anche il colore “proposto”, il bleu Savoia sembra essere ancora una volta un marchio italiano da imporre tout court. I Savoia, inoltre, che con la popolazione tirolese nulla hanno da condividere. Certo, non si può pretendere una riqualificazione in chiave asburgica ma almeno distaccarsi dall’orrore coloniale, quello sì.






