Dame damént (21)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… si è immaginato il ricordo di una casa che ci può essere particolarmente cara e solitamente si pensa alla casa natìa o una casa appartenuta ai rispettivi genitori, magari in un paesino vicino alla città e dove, chissà , d’estate si trascorrevano le vacanze… e con il dialetto si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare, circostanze legate alla memoria tra aneddoti e storielle in un contesto piacevole, divertente, indimenticabile così come incancellabile dovrebbe essere il dialetto che talvolta sa colorare al meglio tempi e fasi della vita…
No se sà quante volte avén sentì dir: nén a beverne na chìchera… o na cà ndola… nénte a farne én crìghel? én bocà l? Sti ani se usava nar én cà neva pu che al bar, o tuti dói ‘nséma… dé sòlit un dré a l’altro… Ma la cà neva l’ei sempre stà da la ca’ dei amizi per trinchenar senza rispèt. La cà neva… magari l’era stagiòn e dopo aver vendemà con na manega de scavezacoi, se néva fòr dala scavezaia, strachi e sudadi, la ciutèra voida e alor dai che se néva zó ‘n cà neva… quela del Péro bonèra l’era la pu fornida almén per ciuchetar, ma per narghe ale béle bignava nar zó per ‘n costón e ocio dé no crodà r de sót che ghè i cròzi, perché no manca l’embranà che él slìpega ‘ndel sgrèben o él gaurlo che fa él sgambét e de bòto se va zó come én paiaz! Embèn, po se ciapa la stradèla érta de geróm e da lì no se pol falà r, dreo ala busa dela grassa, vizin al polinà r, abita el Pero bonèra…
(Chissà quante volte abbiamo sentito dire: andiamo a berci una tazza o una brocca… andiamo a farci una caraffa? Un boccale? Molti anni fa si usava ritrovarsi in cantina più che al bar, o tutti e due, di solito prima uno e poi l’altro o viceversa… Ma la cantina è sempre stata la casa degli amici per sbevazzare senza vergogna. La cantina… se fosse capitato la stagione della raccolta dell’uva, dopo aver vendemmiato con un’accozzaglia di bricconcelli, si sarebbe lasciato il solco in testa ai filari, stanchi e sudati, la borraccia vuota, e allora dai che si andava in cantina… La cantina di Piero il bonaccione era la più fornita almeno per tracannare buon vino ma per arrivarci si doveva scendere per la rampa, facendo attenzione a non cadere di sotto dove ci sono rocce e c’è sempre qualche maldestro che scivola nel terreno arido o un birbone che fa lo sgambetto e improvvisamente ti trovi steso a terra come un pagliaccio… ebbene, poi si prende la stradina ripida di ghiaia e da lì, non si può sbagliare, dietro la concimaia, vicino al pollaio, abita Pietro il bonaccione). (continua)






