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  • Briciole di memoria 47: L’Asinara… l’isola della vergogna – 4 e ultima parte

    L’appuntamento settimanale con Massimo Pasqualini: aneddoti, racconti, ricordi ed immagini dal Tirolo di Lingua romanza.

     

    Sull’Asinara, oltre alle spaventose ed inumane condizioni in cui venivano tenuti i nostri prigionieri, si aggiungeva la vergogna scandalosa della assoluta mancanza di qualsivoglia cura medica,  durante l’epidemia di colera asiatico che colpi l’isola con l’arrivo dei primi prigionieri austriaci negli ultimi giorni del dicembre del 1915 e che si protrasse per tutto il mese di gennaio del 1916. Sull’isola erano presenti molti medici italiani che però si rifiutavano di entrare nei Lager per curare i nostri soldati ammalati,  mentre i 23 medici austriaci, pur essendo privi di qualsiasi medicina che la direzione dei campi di prigionia si rifiutava di fornire, si prodigarono in ogni maniera per portare conforto ai poveri disgraziati che venivano colpiti dal morbo. Molti di essi morirono, altri sopravvissero in quell’incredibile bolgia dantesca creata dalla civile Italia.

    Per meglio capire cosa successe,  trascrivo alcune testimonianze dirette di chi,all’epoca, fu triste testimone di questi fatti aberranti: i racconti integrali si possono nel libro “Dai Balcani all’Asinara” di Giovanni Terranova e Marco Ischia.

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    Testimonianza del capitano italiano Agnelli:

    “Ben un centinaio di medici nostri, fra militari e borghesi furono chiamati all’Asinara, ma la loro opera fino alla fine di febbraio rimase pressoché inutile e nulla nei risultati. Molti medici nemmeno si sognavano di avvicinarsi alle tende dei colerosi [e questo a causa della] assenza quasi assoluta di ogni mezzo di difesa dal contagio, con l’impossibilità di curarsi una volta colpiti dal morbo, con l’insufficienza evidente di medicinali e dei generi atti a contrastare ed a curare la tremenda infezione …    Certissimo è però che l’opera dei medici italiani impallidisce e scompare nel confronto a quella compiuta dai medici austriaci. I ventitré sanitari austriaci hanno lasciato all’Asinara un superbo altissimo esempio di abnegazione e di coraggio. Già si eran prodigati nella cura e nei confronti ai connazionali durante la ritirata in Serbia, nella traversata e nell’isola della sventura diedero magnifica, sublime, inimitabile dimostrazione di magnanimità, di altruismo generoso, di coraggio esemplare. Entravano nelle tende, s’avvicinavano, parlavano coi colerosi, li imboccavano col cucchiaio dell’acqua e della medicina, s’indugiavano a incoraggiare, a consolare i vicini pure destinati alla morte; si davan tutti al compito che si eran assunti di mitigare, fin dove le loro forze arrivavano, le sofferenze dei compagni, di alleviare l’espiazione di tanto martirio immeritato”.

    Mentre il medico austriaco dott. Schatz aggiunge:

    “La situazione era disperata! Sulla riva del mare, a poca distanza dal luogo di attracco della Dora, dove al momento avevano deposto sacchi pieni di pane appena scaricato sulla riva, giacevano le centinaia di cadaveri alla rinfusa, le salme degli uomini deceduti sulle navi che non s’era potuto, stante la proibizione, gettare a mare ne’ seppellire a terra perché sul posto non s’era trovato un attrezzo utile alla bisogna, una pala, un piccone.  A rispettosa distanza un esiguo cordone di territoriali e gendarmi circondava la massa brulicante all’interno della quale si svolgevano le scene più drammatiche. C’era una gran ressa intorno ai marinai che scaricavano sulla spiaggia il pane. Per ogni pagnotta che casualmente finiva in acqua,  fino a venti persone si accalcavano a forza di gomiti, invano ricacciate indietro.

    Dal mormorio della gente si potevano udire solo parole come “pane” e “acqua”. Quando giunse il momento della distribuzione del pane, gli sventurati fecero pure a pugni, si azzuffarono, graffiarono e morsero l’un l’altro. Le tende erano piantate in caotico disordine; sebbene in ognuna ci fosse posto per soli quattro uomini, in molte si accalcavano in sei o sette, sani, malati e morenti mescolati insieme. Eppure solo un quinto era capitato sotto la tenda. L’ospedale, costituito da una serie di circa 15 tende direttamente sulla riva del mare, era anche questo pieno fino all’ingombro quasi esclusivamente di uomini gementi che morivano uno dopo l’altro”

    CAMPO-CONCENTRAMENTO-PRIGIONIERI-di-GUERRA-ASINARA

    Riguardo invece alla mancanza assoluta di medicine,  il dottor Robert Schatz ci parla nelle sue memorie della “Tinctura Asinara”,  dicendo:

    “Poiché invece i malati pretendevano la medicina, l’infermiere preparò un decotto dalle foglie di arbusto di vermouth bianco, che cresce selvatico in abbondanza sull’isola, mescolandoci poi alcool e caffè nero, più tardi poi aggiunse tintura d’oppio e di iodio. Questo fu il prodigio della “Tinctura Asinara”, che i poveri malati accolsero di buon grado con grande fiducia e forse non del tutto senza risultato.

    Non poteva mancare la cattiveria, la barbarie degli uomini…..in compenso abbondava il bastone. E non l’austriaco. I carabinieri sorvegliavano con il randello alla mano e ad ogni minima infrazione alla disciplina erano legnate sulla testa, sulle spalle dei disgraziati. Taluno di questi dopo aver riempita la tazzina dell’acqua e bevutala, accostavasi  un’altra volta alla cisterna per averne dell’altra: lo distoglievano le potenti randellate della benemerita…. Veniva rtovato un prigioniero con una razione di pane in più sotto la mantellina, i territoriali lo tramortivano a pugni e legnate… Il regime del bastone, più  che tollerato era può dirsi prescritto dal Comando di Presidio. Il generale Ferrari successore  al Fadda, diceva senza reticenze agli ufficiali che il bastone era il vocabolario col quale dovevasi discorrere coi prigionieri… Udivansi alcuni ufficiali, specie anziani e richiamati dalla riserva, pubblicamente inveire contro i prigionieri, gridare che bisognava, che era necessario farli morir tutti, lasciarli crepar di fame, che sarebbe stata opera meritoria e patriottica non farne tornar alcuno in patria… E bisognava reprimere nel cuore il desiderio di urlare in viso a tali bestie umane, a tali sconci esseri pervertiti tutto il nostro disprezzo”.

    Mentre Josef Sràmek il 24 marzo 1916 riportava sul suo diario: “Ci vaccinano contro il colera ora che quattro quarti di noi sono dietro le mura del cimitero“.

    Questo purtroppo non fu l’unico campo di prigionia italico della vergogna, ricordiamoci anche di Isernia e di molti altri,  dove la barbarie fu assoluta e l’essere umano diventò peggio delle bestie.

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